Ieri pomeriggio stavo mettendo in ordine alcune presentazioni. Nei prossimi giorni, infatti, ho in programma un seminario e alcune lezioni a un Master sulla comunicazione.
I temi sono analoghi e l’attività di disseminazione dovrebbe persuadere l’adesione incondizionata all’ecosistema “conversazionale”, nel quale siamo ormai quasi tutti immersi.
Ci sono una serie di keywords e di assunti/dogmi che rendono le dinamiche conversazionali sul web un vero e proprio PARADIGMA, al quale moltissimi non vogliono aderire e, addirittura, molti vogliono ostacolare.
I detrattori vanno compresi, vanno studiati e, in presenza dei più maliziosi, vanno anche studiate vere e proprie forme di prevenzione e difesa personale.
I dogmi:
6. Internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell’era dei mass media.
7. Gli iperlink sovvertono la gerarchia.
8. Sia nei mercati interconnessi che tra i dipendenti delle aziende intraconnessi, le persone si parlano in un nuovo modo. Molto più efficace.
9.Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.
5. Il Web è sociale. Le persone fanno il Web, “popolano il Web”, socializzando e spostando via via maggiori componenti dalla vita fisica a quella online.
10. Il Web è nelle nostre mani. Si implementa un’aumentata organizzazione e categorizzazione dei contenuti, che enfatizza l’interazione mirata, mediante deep linking. Grazie a fenomeni come la “classificazione sociale” (social tagging) i contenuti sono sempre più facilmente raggiungibili.
La riflessione:
Un articolo di Stagliano su Repubblica cade quasi a fagiolo e mi permette di riflettere su queste dinamiche con occhio vigile, con un po’ di malizia indotta e con una prospettiva critica che mi aiuta a far emergere il valore, solo il valore da tutte queste conversazioni.
Un paio di episodi mi hanno fatto riflettere. Il primo è relativo ad alcune discussioni con docenti universitari, i quali hanno criticato la cultura della “conversazione sul web” e le varie dinamiche di buzz e di lifestream, ponendo l’accento sulla mancanza di autorialità.
Il problema è serio. Chi è l’autore delle conversazioni. O meglio quali fra i tanti autori sono “responsabili” della fonte, dell’emersione e della diffusione?
Il secondo è conseguente a una chiaccherata con un manager che mi raccontava dei suoi rifiuti a farsi riprendere in video durante i convegni perchè, “…….non si sa mai, potrei aver detto qualche stuppidagine e finire su YouTube ne va della mia reputazione……”
Quindi non dico quello che penso, o meglio non lo dico nelle forme o nei momenti che lo potrebbero fissare digitalmente!
Già, le riflessioni di Stagliano e di Clay Shirky ci dovrebbero aprire gli occhi. E’ passato il tempo del “tanto siamo 4 gatti e ce la suoniamo fra di noi”. Oggi gran parte della nostra vita, e delle nostre relazioni, è scandita dal web e CONSERVATA sul web. A volte anche distorta ad arte perchè non siamo più 4 gatti e quindi siamo competitor di tutti i nuovi arrivati. E non tutti questi nuovi arrivati sono qui per socializzare. I più rampanti devono far emergere il loro talento, spesso a discapito del nostro.
Solo un anno fa eravamo poche decine di migliaia su Facebook. Twitter era un giocattolo per un centinaio di addicted. Friendfeed un media emergente per pochi eletti.
Oggi si mischia tutto e le nostre traccie sono disseminate e intrecciate su centinaia di media digitali sparsi per il pianeta. E ci leggono, ci guardano, ci studiano. Anche per farci i dispetti.
Si può sapere dove eravamo e con chi ci stavamo relazionando, cosa stavamo leggendo e cosa stavamo scrivendo. I post hanno orario (e vaglielo a spiegare che si possono scrivere prima e poi programmare). Twitter ti dice se stai scrivendo da web, dal cellulare o con altre applicazioni. Digg, Stumbleupon, Facebook, Friendfeed, potrebbero descrivere la nostra giornata.
E già potremmo sorridere sul fatto che gli analisti di marketing ci studiano i comportamenti. A questo abbiamo fatto il callo. Ma ora dobbiamo anche pensare che se qualcuno ci vuol fare un dispetto ha mille fonti e mille opportunità.
Il bloggante, inoltre, lavora nel pubblico e da anni evangelizza sulla cultura digitale favorito da consulenze ministeriali, momenti seminariali e di approfondimento pubblico, ecc. Ma hai voglia di predicare “emersione”, ora che il web è di tutti devi “pararti il culo” e stare più attento di prima a come ti muovi e a quello che scrivi. Ogni Ministro, ogni parlamentare, quasi ogni uomo politico si è fatto la “posizione” sui social media. Ma quante di queste posizioni sono interattive, dialogiche? Da subito tendono a fissare una “presenza discreta” e “sobria”, attenta allo strumento, ma quasi mai aperta sul contenuto. E questo dovrebbe farci riflettere.
Rimedi? Non ne esistono di buoni per tutti e per ogni stagione. Questi paradigmi, infatti, sono in costante evoluzione. Certo, selezionare meglio le relazioni, questo si. Pensare tre volte prima di scrivere ogni considerazione, e poi ripensarci ancora.
E poi, da ultima, una disgressione sui numeri. Andando avanti di questo passo avremo più “citizen journalist” che lettori, con l’effetto di leggerci da soli nelle disquisizioni e negli approfondimenti che produciamo, mentre i lettori curiosi si divertiranno a gossippare sulla parte più intrigante che la piazza telematica ci regala. A quel punto si dovrà ricominciare da qualche altra parte perchè, l’ho detto in tempi non sospetti: “se Facebook (inteso come media gossipparo e pieno di cazzeggio) è il web, allora voglio scendere prima”.




















c’è da riflettere si, dopo l’ingresso di milioni di utonti su facebook e quindi nel social gossip. Si, perchè quello è Facebook, dici bene. In linea di massima. Ovvio che anche su Facebook ci sono usi del mezzo utili, di contenuto, di comunicazione, di conversazione. ma mi sa che son di pochi eletti (forse gli stessi pochi che usano Friendfeed – l’unica isola per pochi eletti al momento). Twitter ancora non è esploso (ma sono tanti gli italiani che si stanno aggiungendo al flusso dei 140 caratteri).
Ad ogni modo dici bene: Pararsi il culo.
Non che non lo facessimo già da prima noi più avvezzi a queste cose, noi che siamo social da anni.
Pararsi il culo. Dici bene.
E anche il consiglio di “Pensare almeno tre volte quando scrivi qualcosa”
ma poi?
una riflessione sull’ultima considerazione: più citizen journalist non significa esclusivamente maggiore autoreferenzialità, anzi. Potrebbe significare consapevolezza estesa, capacità d’interazione, analisi. L’autorialità è sintesi, frutto di filtraggio, acquisizioni, letture consapevoli. Ognuno ovviamente sceglie le proprie fonti.
E poi se non ricordo male, se “filosofare è copiare”, come dice Vattimo, perchè non dovrebbe esserlo anche “bloggare”.
Sul blogging vado molto più cauto. E’ sul lifestream in senso esteso che comincio ad avere dei dubbi.
Comunque è vero…..e se non erro: “Rubare idee da una persona è plagio, rubarle da molte è ricerca”
(legge di Felson)
sul blog sicuramente quando scriviamo qualcosa e organizziamo quello che vogliamo comunicare sotto forma di post articolato, ci pensiamo più di tre volte.
Sui vari canali lifestream molto ma molto meno. La velocità, il flusso, il cazzeggio, la voglia di estrernare sensazioni e riflessioni a caldo, immediate… ecco, là filtriamo un po’ meno…forse hai ragione
ma oltre a fare un check dei propri contatti followers/following e automoderarsi, che si può fare? La scelta è tra usare i social network e non usarli o possiamo avere una via intermedia di uso consapevole.
Il problema è che l’uso è consapevole per chi “mastica” già queste questioni. Non per gli altri.
Banalmente mentre per me fare il test su Facebook “Quale canzone ti rappresenta” (per dirne uno normale) è anche un modo di provare come funzionano queste cose e valutarne la portata… un mio contatto che legge che la canzone che più mi rappresenta è “Bella St**nza” di Masini che può pensare di me? E soprattutto a chi lo dirà che ha scoperto questa cosa di me? E come lo riferirà?
Vagli a spiegare che stavo giocando…
Banalizzo…ma è per farmi capire e vedere se ho capito quello che vuoi dire tu.
[...] da catepol il 14/04/09 in varie ed eventuali // Gigi si interroga su quanto siano diventate complicate le relazioni online e la gestione della propria [...]
beh catepol la complessità delle relazioni umane offline presume un certo grado di selezione/filtraggio che opera sulla scelta dei comportamenti, dei contatti, dei modi di fare. Online questo filtro probabilmente funziona meno a causa dell’incompetenza nell’utilizzo dello strumento e dell’incapacità di riconoscere l’audience a cui ci si riferisce. Indubbiamente bisogna essere cauti. Personalmente utilizzo i vari canali (Friendfeed,Facebook o altro) a seconda dei diversi gradi di esposizione dell’”intimità”.
io direi che c’è da fare una differenza tra le difficoltà legate all’aumento considerevole di fruitori e quindi alla perdita (ma io direi trasformazione) di una netiquette condivisa e le problematiche legate alla “privacy” (ma io direi immagine).
Nel primo caso devo dire che leggendo il post e i commenti ho avuto per un istante la stessa sensazione che si avverte ascoltando un gruppo di adulti perlare dei giovani d’oggi … (una volta si che c’era il rispetto per…, ai miei tempi queste cose non succedevano…)
Per quanto riguarda l’immagine di noi che cerchiamo di costruire giorno dopo giorno è sicuramente vero che c’è bisogno di un alto grado d’attenzione ma è anche vero che questo accade perchè per la prima volta siamo noi stessi a poter vedere e verificare quale immagine stiamo passando: se penso al test portato ad esempio da cate mi viene in mente tutte le volte che mentre sono in vespa canto, io non so cosa possono pensare di me le persone che incrocio ma soprattutto non posso verificarlo, non posso incontrarmi ed ascoltarmi
il punto non è quello che gli altri possono sapere di me, ma il fatto che io posso conoscere ciò che gli altri sanno di me
è questo che mi/ci mette in crisi?
@paolo scoppa, la Netiquette, IMHO, è figlia del buon senso e dell’etica e, purtroppo è tipico negli ambienti di massa dimenticarsene. Non è solo una questione di generazione. Se ho dato l’impressione di non capire i giovani d’oggi, me ne rammarico. Non era quella l’intenzione.
Per il resto ….la seconda che hai detto :-) O meglio “ciò che gli altri deducano da una somma di traccie di me sparse per la rete”.