Ci sono frasi, o anche parole, normalmente di uso poco frequente in certi contesti, che improvvisamente si risvegliano dal letargo in cui il gergo le ha confinate. Esse assurgono a nuova vita, come semi germogliano, come piante crescono, come fiori sbocciano e si diffondono velocemente nelle espressioni, nei discorsi, persino nei nomi. “Un aiutino” di televisiva memoria; “… e quant’altro”, usato spesso a sproposito come finale di una frase per evitare il consunto eccetera; “efficienza”, bandiera sventolata nella bocca di ogni amministratore, pubblico e privato. Sono tutte locuzioni che, a guardar bene, servono più a chi ascolta che a chi le pronuncia: servono per dare un’idea di come si vuol fare, senza dire cosa si intende fare. Servono a legittimare il ruolo, anziché l’azione, a garantire attorno a chi le usa un’aura di eroismo, correttezza, democrazia.
Una di queste è “libertà”.
Oggi, è innegabile, siamo molto più liberi di qualche tempo fa. Ma a sentire qualcuno abbiamo sempre più bisogno di libertà, ne siamo affamati e quasi ossessionati: ed ecco la libertà sbocciare e diffondersi dovunque.
Libertà di scelta, permettendo al proprio corpo di sopravvivere alla propria coscienza, concretizzata nella libertà (?) di garantire a tutti il proseguimento dell’alimentazione e dell’idratazione, anche forzata.
Libertà di coscienza, permettendo di combattere la diffusione di malattie con l’astensione sessuale, concretizzata nella libertà (?) di mettere al bando altri metodi.
Libertà di fare ciò che si vuole a casa propria, concretizzata nella libertà (?) di non chiedere al vicino la sua opinione, poiché colpevole di aver rispettato le leggi.
Libertà di voto, consentendo di esercitare il diritto di non partecipare ad un referendum senza essere condizionati dal dover votare nello stesso giorno per altre elezioni, concretizzata nella libertà (?) di occupare piacevolmente un’altra domenica di giugno.
Libertà costituzionale (per pochissimi), che consente di decidere se affrontare un processo penale o meno, concretizzata nella libertà (?) di garantire l’indipendenza della propria casta da tentativi eversivi di delegittimazione.
Libertà di azione, esercitata con il boicottare un palcoscenico internazionale, perdendo un’occasione per condannare il razzismo in ogni sua manifestazione, per alcuni; oppure esercitata scegliendo di essere presenti sullo stesso palcoscenico solo per offendere interi popoli, per altri.
Libertà tutta politica di inserire la parola “libertà” nei nomi di qualunque formazione politica (Partito delle libertà, Sinistra e libertà e compagnia bella), scegliendo però da soli programmi, contenuti e organi decisionali.
Libertà per la RAI di concorrere ad armi pari con i network commerciali (che ne pensa Sarkò?), concretizzata nella libertà (?) di scimmiottare programmi beceri ma di grande appeal, rendendo le parole “servizio pubblico” veramente ridicole.
Libertà di insultare persone e intelligenze dei telespettatori con i programmi di cui sopra (che tutti stigmatizzano per la vergogna di ammetterne la dipendenza), ma ponendo al tempo stesso limiti alla diffusione delle idee in rete, unico vero (anche se imperfetto) esempio di democrazia della conoscenza.
Libertà di usare i peggiori sentimenti come paura, odio, egoismo per legittimare azioni che non trovano fondamento in alcun principio morale se non l’istinto di sopravvivenza, incontrollabile nella bestia ma addomesticato nell’uomo.
Abbiamo veramente bisogno di questa libertà? Ci sentiamo davvero rappresentati da chi la porta in trionfo come un’icona sacra?











