Queste riflessioni nascono dalla febbre. Non la mia: quella che da settimane a sprazzi assilla mio figlio. Così, come capita di rado, sono rimasto a casa. E, evento ancora più raro, facendo zapping in TV cercando per lui un cartone animato innocuo ho avuto la sventura di imbattermi in un incredibile programma, di quelli che oggi si chiamano “di intrattenimento” per nobilitarli, forse perché non altrimenti (s)qualificabili.
Un piccolo giornalista intervistava un noto giornalista a proposito di un grandissimo giornalista, delle idee politiche di quest’ultimo e del presunto cambiamento ideologico avvenuto negli ultimi anni della sua vita. Discutevano del sorprendente voltafaccia operato da quest’uomo, di come egli avesse equivocato il significato della nuova politica ed il senso dell’impegno di un nuovo politico, di come si fosse, in buona sostanza, lasciato ingannare dai proclami di una parte politica, dimenticando il suo credo ed i suoi trascorsi.
Sentenziavano sulla parzialità di una faziosa (ma illuminante) trasmissione di un fazioso (ma bravo) giornalista, che tendeva a strumentalizzare alcune frasi di questo padre del giornalismo per appropriarsi della sua “dote” di uomo tutto d’un pezzo, di rigore morale, portandolo come stendardo nella battaglia politica contro il Cavaliere.
Tutto ciò condito da affermazioni tendenti a spiegare come egli non scrivesse i libri ed anche alcuni articoli a sua firma ma li “approvasse” soltanto, come per ridimensionare l’aura di rispetto che, a sette anni dalla sua morte, ancora moltissimi gli riconoscono.
Ne viene fuori il ritratto di un uomo profondamente diverso dall’idea che molti si erano fatti. Non un convinto difensore delle sue personalissime idee, ma di un uomo umorale che prendeva posizione in base a simpatie e antipatie, un ariete da sfondamento disposto anche a passare sopra le sue convinzioni pur di andare contro chi impersonava il potere.
Non ho mai letto assiduamente Montanelli, non mi curavo delle sue idee politiche e sono certo che Marco Travaglio non è l’unico depositario del suo pensiero: questo però non gli toglie il diritto di citarlo o di usare le sue interviste per dimostrare come invece il grande vecchio si fosse fatto, ancora una volta, una sua personalissima idea della politica italiana, del suo impoverimento ideale e della sua deriva utilitaristica.
Mi dispiace che il diretto interessato non possa replicare a chi ritiene di reinterpretarlo: questo tentativo mi sembra corretto come l’interpretazione del testamento biologico di un malato alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. Però, pensando allo stupore ed al dispiacere esternato dal grande Indro in una delle sue ultime interviste, quando gli si chiese di commentare chi lo giudicava un comunista, forse è meglio che non sia qui.
Mi piace pensare che il diretto interessato, sornione, se la stia ridendo di chi lo critica, di chi lo elogia, di chi cerca di trovare motivazioni occulte alle sue posizioni: constatando con un pizzico di amarezza l’esattezza delle sue previsioni. Tra le quali anche il futuro del suo giornale, caduto in mani incapaci di svolgere con la stessa dignità quel lavoro che egli tanto amava.











