Dopo aver riascoltato le interviste del Barcamp ho maturato alcune considerazioni che espongo qui in modo esteso.
Il web conversazionale è ormai un dato di fatto. Per lo meno dal punto di vista tecnologico, le facilitazioni che supportano il processo di conversazione e, ancor meglio di relazione, sono disponibili e in continua evoluzione.
Ai tempi del blog bastava seguire e sviluppare i MEME. Magari con il supporto di Technorati (purtroppo quel servizio è sempre più inefficiente) o di altri aggregatori.
Ma al tempo dei social network, anche i grossi player del web sociale sono scesi in campo e, tecnicamente, hanno risposto con servizi come Google Friend connect e Facebook connect su tutti.
La posta in gioco sono le conversazioni, a partire dai commenti dei lettori.
De Biase, ieri, provava ad esporre le sue impressioni sulla questione, analizzando il rallentamento di Facebook e la ripresa dei blog (grazie alla maggior cura editoriale degli stessi).
Ma, al di là delle ondate fanatiche, markettare o sociologicamente sostenute da fondamenti tutti ancora da analizzare (come si relazioneranno i nativi domani, dopodomani, ecc.?) una variabile, secondo il bloggante, ha scosso il sistema. E questa variabile si potrebbe chiamare: “status”.
I sistemi di microblogging o di lifestream aggregation (Twitter e Friendfeed su tutti) hanno messo in risalto la grande predisposizione dell’abitante della rete a notificare il proprio status prima ancora di entrare in relazione con i suoi simili.
Il “sono qui e faccio questo” viene prima del “come la penso su quell’argomento”.
Va da se che una considerazione mi viene facile. Il web non filtra la reputazione. Per gli abitanti della rete, il web non viene visto come filtro inibitore, anzi. Si assiste a una continua esposizione,e sovraesposizione, attraverso il cambiamento dello status e, solo dopo, alle relazioni e conversazioni che, sulla variazione di staus, si aggregano e si sviluppano.
La socialsfera, dunque, cambia, si evolve e, un blogger demodè e attaccato al vecchio principio del “blog first” (come il sottoscritto), cerca di far interoperare i commenti del blog con le conversazioni su Frindfeed attraverso (tanto per cambiare) le tecnologie. Intensdebate è una di questa.
Ma perchè la conversazione è importante?
Perchè, come ben esplicitato in questo articolo di Jim Macnamara oggi si può accedere ad una parte consistente della conoscenza anche grazie alla modalità partecipativa, quindi attiva.
E sono gli hub che, di volta in volta, favoriscono la crescita delle conversazioni e determinano un arricchimento della conoscenza.
E’ indubbio, quindi, che la rapida crescita dei social network e l’evoluzione del web (o web 2.0) favoriscono nuove modalità per relazionarsi.
I principali cambiamenti, sempre secondo Jim Macnamara si possono così elencare:
• connettività (come mai prima d’ora)
• conversazioni rese possibili dalle potenzialità interattive del Web 2.0 e
• collaborazione che è indispensabile
• collettiva comprensione da creare
• contenuti che sono sempre più generati dagli utilizzatori, mutevoli e apertamente condivisi, il che porta a
• comunità non condizionate da vincoli territoriali e che consentono una reale
• comunicazione
Detto ciò resta da analizzare il valore in termini di crescita e competitività. La conversazione, abilitata dai mezzi tecnologici, favorisce la conoscenza. La crescita della conoscenza non sempre favorisce l’affermmarsi di competenze o lo sviluppo di nuove idee e visioni.
Per costruire il valore, dunque, bisogna portare le dinamiche web sociale anche nelle organizzazioni e qui casca l’asino. Qui la reputazione e lo status vanno sottaciuti. Chi lavora sottotraccia e senza esporsi viene ripagato meglio e più a lungo. Ma proprio per colpa di questa perversione si vive un grande paradosso che è tipico del nostro tempo:
- Nelle organizzazioni vengono sempre più premiati i furbi e i mediocri (la competenza non è indispensabile).
- Nel web sociale emergono i talenti, perchè la loro mediocrità avrebbe i minuti contati, grazie al controllo democratico messo in atto costantemente della socialsfera stessa.







[...] carità, non voglio fare la parte del detrattore perchè proprio ieri ho elucubrato a lungo sulle “conversazioni”, e son sicuro che Big G continuerà a stupirci ma, sono molti, [...]
Nelle organizzazioni vengono sempre più premiati i furbi e i mediocri (la competenza non è indispensabile).
Nel web sociale emergono i talenti, perchè la loro mediocrità avrebbe i minuti contati, grazie al controllo democratico messo in atto costantemente della socialsfera stessa.
Questa lettura mi trova d'accordo, e rappresenta forse una "riscossa degli sfigati", riscossa nella quale mi colloco allegramente, sia perché come donna sono stata discriminata, sia perché adoro la concretezza della meritocrazia in contrapposizione al vento delle mode e degli status symbol che ci soffocano (che ne pensate dei SUV con su il conducente e basta che parla al telefonino ed esce noncurante dallo stop?)… Insomma mettersi alla prova e finirla di piangersi addosso che non abbiamo mai avuto la possibilità di dimostrare chi siamo…
Forse, a volte il confine tra uno sfogo e l'espressione costruttiva di un opinione può essere sottile, ma, diavolo, bisogna pur provarci, a dire la nostra…
Non mi trovi d'accordo: nelle organizzazioni come nel web sociale al netto di nepotismi, raccomandazioni e giochi politici, emerge chi è più bravo a comunicare e non chi è più pravo in genere.
Per quanto la rete possa essere democratica e aperta l'unico talento che vedo emergere dal web sociale è la capacità di comunicare e socializzare appunto.
Ci sono un sacco di professionisti, in particolare tecnici, non esattamente ferrati nelle pubbliche relazioni che, una volta imposte nelle organizzazioni meccaniche da web 2.0 rimarrebbero in disparte.
Sicuro che le dinamiche web 2.0 favoriscono i comunicatori, anche perché con quale altro mezzo si potrebbe essere sul web?
Per quanto riguarda la possibilità di diventare popolari, la vedo abbastanza coincidente con la possibilità di esserlo fuori dal web, con la differenza che la rete toglie confini geografici e allarga gli orizzonti culturali.
Dopodiché, si può anche fruire del flusso di informazioni senza essere costretti a dimostrare talento nel comunicare, ottenendo comunque un vantaggio di cultura, anche se non monetario.
L'analisi del valore, citata in questo post, la vedo possibile solo intendendola come una sorta di "benchmarking", per usare un termine da adetti ai lavori.
Il concetto, tradotto in termini pratici, per me significa identificarsi e riconoscersi come soggetti che hanno un ruolo in un dialogo operativo (una conversazione applicativa?), gestito in modo tale da poterne confrontare gli obiettivi e i risultati in via di realizzazione (lo stato dell'arte del dalogo operativo) con quelli di altri dialoghi operativi.
Proverò a tradurre in azione questa considerazione, con riferimento al mio status territoriale di cittadino preoccupato per il basso livello di consapevolezza istituzionale in materia di "conversazione e costruzione di valore".