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Market place delle buone pratiche

Ieri, nel segnalare il marketplace di Google, ripensavo al modello Obama, o meglio al modello Kundra di cui argomentavo anche in un recente post sull’Open Government.

Pensavo che un marketplace attraente, dovrebbe far suoi dei modelli ormai consolidati e, fra questi, soprattutto quelli che riescono a ridurre contemporaneamente l’impatto economico e il time-to-market.

Questo, nella declinazione eGov, diventa un must e consiglia a coloro che sono chiamati a governare la cosa pubblica, di rifarsi alle esperienze che provengono dal basso e di governarle con le risorse già disponibili. Risorse strumentali (hardware e software) e risorse gestionali (patriminio delle competenze umane).

Per fare ciò è necessario che l’istituzione pubblica (nel suo insieme fatto di amministratori e funzionari) osservi costantemente e con attenzione le dinamiche sociali e faccia proprie le migliori. Non deve vergognarsi di non possedere tutte le competenze, anzi, deve essere orgogliosa di reclutare i talenti migliori e portarli dentro un circuito di partecipazione attiva. Questo circuito diventa, come nel caso dello stato di Victoria in Australia, un laboratorio di eGovernment partecipato: Gov 2.0.

Dunque, pubblici amministratori e funzionari devono saper superare la prepotenza e la boria che li ha condotti sin qui a far da soli. Non c’è nulla da dimostrare, non c’è competizione. Non è più possibile che si continui a progettare in modalità top-down, racchiusi dentro torri di avorio. Non è più sopportabile un atteggiamento del tipo: “Io so cosa vuoi e come lo vuoi. Perciò faccio io, perché ho le competenze.” Non funziona più!

Il prodotto Gov 2.0 diventa allora un “iniziativa” condivisa e può declinarsi con un ibridazione di servizi in-house e hosted (gestiti direttamente dall’Ente Pubblico o erogabili grazie ai servizi di cloud computing). In pratica un framework flessibile dove l’applicazione non è più un monolite ma, piuttosto, un widget altamente usabile e fruibile sull’iPhone, su Facebook, sul browser o su un qualsiasi portale retrò della pubblica amministrazione. L’interoperabilità è scontata, ma avviene a livello di back-office. L’utente vede solo oggetti semplici e usabili che dialogano con i sistemi informativi attraverso i web services.

Tornando quindi alle riflessioni iniziali, dovrebbe essere logico e intelligente emulare loo stato dell’arte a livello mondiale che, ancora una volta, è rappresentato dall’esempio dell’amministrazione americana, ovvero Apps.gov (https://apps.gov).

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Apps.gov è sostanzialmente un marketplace, una vetrina on-line per le agenzie federali americane che intendono acquisire velocemente servizi e applicazioni basati sul cloud computing per diminuire il time to market, aumentare la produttività, la collaborazione e l’efficienza.

L’intuizione americana percepisce esattamente le nuove frontiere dell’ICT e le fa sue insistendo ed enfatizzandone i principi basilari:

Cloud computing is the next generation of IT in which data and applications will be housed centrally and accessible anywhere and anytime by a various devices (this is opposed to the current model where applications and most data is housed on individual devices” (Kundra).

Non a caso nel market place di Apps.gov sono presenti vere e proprie killer-application del social web, come le Google Apps o Worpress, conosciute e fidelizzate da milioni di utenti, che in sintesi garantiscono un interpretazione autentica del pensiero obamiano “se le persone stanno principalmente altrove (i social network) non si può attendere che vengano da noi, ma dobbiamo muoverci portando noi i contenuti dove gli utenti si aspettano di trovarli (i social media). “dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente” (Pratellesi).

 
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