Le ultime letture di questi giorni mi hanno indotto a ripensare, per l’ennesima volta, alle modalità di aggregazione dei contenuti e allo sfruttamento degli strumenti.
Come sempre, Pier è una miniera, e il suo osservatorio sull’evoluzione dei giornali, e la propensione di quest’ultimi ad accettare dinamiche indotte dal web sociale, è sempre la lettura preferita delle 7 di mattina :-)
Ma andiamo con ordine. Nelle ultime settimane, le sue osservazioni e gli esempi portati, hanno contribuito ad aprire una mini discussione su concetti e dinamiche che mi intrigano da tempo. Il concetto di socialsfera, le sue declinazioni strumentali e di metodo, nonchè l’ovvio coinvolgimento dei giornali in un ecosistema più ampio che Luca definisce mediasfera, inducono, forse, alla ricerca condivisa di un “valore” delle conversazioni, utile per esaltarne la qualità dei contenuti e, soprattutto, la dinamica di approccio che, spesso è collettiva. Anzi Pier si sbilancia oltre, verso un paradigma di “crowdsourcing giornalistico”.
La prima osservazione che vorrei condividere è relativa alla definizione di contesti personali, e parto dal mio.
Quando ho letto il commento di Matteo sul già citato post di Luca, ho notato che nell’argomentazione, con mio sommo piacere, veniva citato un bel post di Andrea che avevo letto alcune settimane fa con attenzione. Nulla di strano, direte, è il potere del backlink. Fino a un certo punto, direi, e cerco di approfondire.
I blogger fin qui citati, per una mia personale visione sui temi trattati, appartengono alla categoria “conversazioni” del mio aggregatore, fra l’altro ben visibile nella pagina pubblica!
Cosa evinco da ciò. Semplicemente che ho usato uno strumento come Google Reader, adottandolo quale semplice metadata engine (caratteristica non sua) e taggando queste sorgenti per defiire sulle stesse un catalogo, un flusso, un piccolo ecosistema.
Ma non basta, non basta, non è ciò a cui tendo e qui le letture e le osservazioni di Pier, Matteo, Luca e Andrea mi fanno percepire che, forse, tutti auspichiamo a un qualcosa che ancora non c’è.
Nella piena consapevolezza che i dati ancora non si linkano, siamo tutti abili e veloci ad aggregare le informazioni con gli strumenti. Ma siamo noi e la nostra personale percezione che si predispone a ciò. Non vi è un automatismo semantico. Manca un “ontologia condivisa”, manca un “dizionario dei termini condiviso” fra noi! Manca la capacità di descrivere con metadati questo enorme potenziale che, come dice il grande Tim Berners Lee, prima o poi dovrà linkarsi naturalmente come già le url e i pingback sanno fare.
Siamo all’inizio direi, ma qualcosa mi fa capire che c’è una ricerca comune. Lavoriamoci su, perchè il web semantico non è solo delle cose, dei portali o delle applicazioni. E’, forse, anche un opportunità per le conversazioni!




















"A fagiolo": Cómo participar en los medios sociales? http://www.abc.es/blogs/jose-luis-orihuela/public…
Se hai bisogno della traduzione…..bussa
Un abbraccio
PLuca
In attesa di conferme sul mio "understanding" del ¿Cómo participar en los medios sociales? .. provo a ribadire un punto di vista che non riesco mai ad esprimere in modo convincente, su due diversi fronti culturali [1) il vostro, di utilizzatori esperti del Web; 2) quello dei miei interlocutori "non esperti" o "non utilizzatori" del Web].
Ben venga la ricerca comune, auspicata nella conclusione del post; sarebbe ora che cominciaste a farla, voi esperti; ma non basterà.
Dovete far mente locale sulla differenza [il digital divide culturale] che esiste, e continuerà ad aumentare, fra il vostro tipo di ricerca [il tipo di conoscenza prodotta dalla vostra ricerca] e la ricerca di soluzioni a problemi collettivi che richiedono il coinvolgimento di persone "non esperte" o "non utilizzatrici" del Web [il tipo di conoscenza prodotta da processi di evoluzione di situazioni "non tecnologiche", abilitati dalla gestione condivisa di risorse tecnologiche e non solo].
Se non si avvia una relazione [operativa] tra i due tipi di ricerca .. ho motivo di credere [la belief justification citata in questo commento a un post di Marco Dal Pozzo] .. che tutto il lavoro [structuring work] di una vostra ricerca [non abbastanza] condivisa [nel senso che ho provato a dire sopra] potrà produrre .. sia a forte richio di vanificazione.
La prossima volta cerco di essere più sintetico e chiaro ;-)
Luigi, in queste elucubrazioni si sta cercando la quadra con il "linguaggio naturale" e mi sembra che Matteo, nel suo commento lo spieghi molto bene.
Fra l'altro, i linguaggi naturali cambiano e la semantica tende ad inseguirli, quindi è uno schema in divenire.
Letto, letto, col traduttore di Google e un po' di spagnolo maccheronico. Mi sembra chiaro e lampante. per la chimica giusta, oltre alla tecnologia ci vuole la cultura.
Ciao gigi, il tema ha delle sfacettature notevoli, devo dire.
Butto nel piatto qualche altro riferimento simil tecnico…
Qualcosa ho già condiviso nel blog di Luca, che riporto:
In aggiunta al livello più tecnico, il dilemma che mi piacerebbe approfondire in merito al controllo più decentralizzato sulla persona.
Mi spiego: una delle caratteristiche su cui si basa il link è il suo essere puramente associativo, simile al nostro pensiero associativo tradizionale. Elemento assai più usato e flessibile del pensiero che dà una struttura alla realtà, ed una sua forma di gerarchia.
Immaginiamo di poter essere depositari del nostro flusso, senza dover dipendere dalle piattaforme, o comunque potendole usare a piacimento, con la consapevolezza di controllare e possedere il flusso aggregato informativo. Noi non leggiamo più un blog, od un sito, ma in questo contesto leggiamo la persona. Se la persona ha un hub riconducibile ad un URI ( e quindi machine readable ), e tutti siamo in grado di collegarci e sincronizzarci con gli hub delle persone, otteniamo quello che tu dici.
Parallelamente a questo flusso basato sulle persone, è possibile gestire flussi basati sugli interessi, con le medesime tecnologie, che non fanno altro che ricondurre molto del nostro ambiguo a URI dove un automatismo ci possa dire o fare qualcosa. Nulla di più, ma è assai di più rispetto a quello che abbiamo oggi.
Giusto per dare un riferimento tra i tanti che mi vengono in mente: i commenti alla blogosfera oggi sono dipesi sempre da aggregatori terzi. Se tali aggregatori chiudono, cosa fanno i dati e le conversazioni?
E se invece avessimo una cosa del genere?
-> Client-side Sem Web Apps
Tutto people centrici, dove la piattaforma non diventa fondamentale per le nostre identità.
Ma su questo tema, a livello profondo, si discute assai in questo ottimo post:
-> A Flock of Twitters: Decentralized Semantic Microblogging
Si pensi alla posta elettronica, e poi alla libertà che abbiamo oggi con il web2.0? Siamo migliorati in un senso, ma peggiorati assai in un altro.
Questo è il punto dove occorre tendere:
-> Distributed Social Networking Through Socially Aware Cloud Storage
Le persone oggi hanno la parvenza di essere il centro, ma dipendono dalle piattaforme. E questo, se ci fosse un certo tipo di ritorno di valore nei dati che anche tu citi, non sarebbe un problema. Ma lo è.
Per chiudere sulle conversazioni, è di qc anno fa Talk digger, oggi rinato come Citizen DAN, che chiude alcuni giri sui temi trattati:
-> Talk Digger e Citizen DAN
Matteo, come sempre sei sul pezzo, anzi, molto più avanti di me su questo tema, per cui approfondirò le risorse che ci sottoponi,
Sui linguaggi e sulle loro evoluzioni in genere, oggi ho pranzato con un amico che sta lavorando su un motore semantico per le applicazioni documentali e mi ha detto che le ontologie, anche se condivise e co-costruite, sono sempre un passo indietro rispetto all'evoluzione del linguaggio.
Ma so che approfondiremo di persona al prossimo Barcamp, spero!
Ops, un link è sbagliato:
-> A Flock of Twitters: Decentralized Semantic Microblogging
Sul resto, credo siano due vie diverse, non opposte e che si possono complementare. A me basterebbe anche solo maggiore struttura per automatismi intelligenti .) Più che semantica, è la capacità di link a livello di dati che mi interessa. E poi, l’unione fa la forza .)
@luigi: condivido il dilemma, esiste anche nello spiegare come investire in certe cose piuttosto che in altre a chi mette poi i denari ( sia il proprio datore di lavoro, un venture capitalist, la PA… ).
Per cui, lavoriamo anche all’interfaccia?
ps – credo che bisognerebbe capire come hanno fatto in UK a farsi approvare l’uso di tali tecnologie in data.gov.uk. Intanto l’importante è parlarne.
Ops il sistema mi ha mangiato il commento.
Dicevo che un link è sbagliato:
-> A Flock of Twitters: Decentralized Semantic Microblogging
@gigi:
Non è tanto essere sul pezzo, in realtà quanto aver seguito discussioni su questi temi negli anni, ed aver un po’ interiorizzato parte di certi passaggi. In tempi non sospetti parlare di certe cose semplicemente, era un po’ folle eh eh.
Riguardo al discorso del linguaggio, si completa ma non si sovrappone: sono persone diverse che andranno ad usare il web strutturato o il linguaggio naturale, non credo esista il silver bullett. E poi è pur sempre un modo di condividere una visione della realtà l’ontologia, mentre il linguaggio che cambia, quante volte ci crea problemi di comunicazione anche tra di noi? :)
Innumerevoli.
-> Semantic Web Isn’t As Semantic As NLP, Web 3.0 Hype Overload Too!
-> Semantic What?
Mi sto organizzando per il barcamp di Roma, sono quasi certo di venire ormai .)
@luigi:
Non hai tutti i torti a dire che va colmato il gap, anche perchè queste cose poi si possono fare con investimenti. E bisogna spiegarle a chi deve investire ( sia la propria azienda, sia il finanziatore, sia la PA… )
e su questo davvero non è semplice sedersi attorno ad un tavolo, soprattutto quando serve fatturare e basta…
@matteo:
Più che di colmare un gap mi scontro con il bisogno di creare e mantenere uno spartiacque; lo scontro, a sua volta, nasce dalle difficoltà di aggregazione di una domanda di soddisfazione del bisogno di cercare soluzioni a specifiche necessità di acquisizione di conoscenza.
Se questa domanda si materializzasse si potrebbe percepire l’utilità [e quindi l'opportunità di finanziarne lo sviluppo] di una General Purpose Community Platform (GPCP).
Il significato che attribuisco al concetto di indipendenza della piattaforma è di tipo operativo; si traduce nella capacità di creare, mantenere e fare evolvere una propria [specifica] piattaforma, accertando di essere in grado di controllarne l’interoperabiltà con altre piattaforme, rilevanti per gli obiettivi degli utenti di una non si Special Purpose Communty Platform (SPCP).
Non so se mi sono spiegato [dalla vostra parte]; certamente questo tipo di discorso [dall'altra parte] non si capisce; mia moglie continua a dirmi che devo smettere di parlare d’interfaccia; e non riesco ancora a farle capire che il mio blog si chiama trovamiunnome proprio perché il modo di chiamare il tipo d’interfaccia che si accompagnerebbe all’uso di una GPCP [da parte degli operatori di una SPCP] deve essere funzionale a un [sector specific] processo operativo di acquisione di conoscenza.
PS – wp-admin >> edit comments … si clicca ma non si edita [mi sembrava di averlo usato per correggermi i typo]
Questo post che ha scatenato un vero e proprio dibattito sulla rete mi spinge a fare alcune riflessioni:
L'ecosistema digitale cui ci rifacciamo vuoi con il nome di socialsfera o mediasfera, ha sempre bisogno di nuove informazioni per crescere e diventare importante.
Da dove provengono queste informazioni? Dai prosumer di contenuti che, se fino a poco tempo fa, erano semplici fruitori passivi dei contenuti (consumer) oggi si sono trasformati in produttori di contenuti (producer) molto attenti alle dinamiche sociali, contestuali, orizzontali e che caratterizzano la rete.
Dunque sono le persone che determinano ll valore che assumono nel Web i vari post, facendoli diventare meritevoli di attenzione in una parola SIGNIFICATIVI (come ho detto sul blog di Luca De Biase).
Ogni contenuto se ci pensiamo è linkato ad un altro tramite commenti, giudizi, citazioni, riferimenti. Ma, al momento, sono le persone e non le macchine a decidere quale contenuto sia collegato ad un altro e perché.
Con il web semantico questo limite potrà essere superato, permettendo alle macchine di comprendere il significato delle pagine Web, e facendo quindi emergere delle relazioni inaspettate e imprevedibili tra le informazioni. Ciò porterà ad una sorta di flusso di conoscenza continuo e trasversale che legherà tra loro i contenuti più interessanti creando connessioni casuali ma assolutamente pertinenti.
Se Facebook, nel frattempo, non si mangia tutto il web :-(
@gigicogo:
nel tuo commento del 14 Aprile hai detto..
i linguaggi naturali cambiano e la semantica tende ad inseguirli, quindi è uno schema in divenire ..
mi sembra che il ruolo di noi “singoli” debba affermarsi proprio nel senso di esercitare una capacità: quella di non essere travolti da un divenire incontrollato.
Non è forse questo il significato del titolo di questo post?
Allora, se “la proposta” è [imperativo esortativo]: singolo impara a condividere! .. in quale “azione” potremmo tradurla?
Personalmente, cercherò di scoprirlo seguendo [in remoto] l’innovatori PA’s posterous di Marco Dal Pozzo.
Per facilitarmi il compito provo ad assumere l’identità di un misterioso Signor Chiarofiume.
Tentare [si diceva] non nuoce; chissà se è ancora vero?
Sure!
Le scelte di Chiarofiume, sono condivisibili. In parte :-)
Una parte nel virtuale/digitale e una parte nel reale/analogico. Of course.
[...] po’ alla discussione fatta un paio di settimane fa sul blog di Luca De Biase e poi ripresa da Gigi Cogo e il Giornalaio in cui si ipotizzava la nascita di un ecosistema detto mediasfera capace di riunire [...]