Due giornate al Confsl, qui a Cagliari, mi hanno ulteriormente convinto che il movimento cresciuto e aggregatosi attorno al tema del software libero, sta vivendo un momento non particolarmente brillante.
Non tanto perché i fondamenti sui quali si basano le sue azioni, le sue proposte e le sue speranze siano passati di moda, anzi, sono attualissimi: etica, libertà, trasparenza, pluralismo, diritti, ecc., piuttosto per il fatto che alcuni nuovi scenari vengono percepiti come più interessanti e, spesso, più vantaggiosi dagli utenti e dalle aziende:
a) cloud computing (il software va sulle nuvole e così pure il free software);
b) la qualità (usabilità, appeal, brand, virilità, massificazione, consumerization, ecc.) diventa spesso più importante dell’efficacia reale;
c) l’open data è la nuova frontiera della libertà informatica;
d) lo user empowerment (l’utente sceglie per consapevolezza e non più per costrizione o predisposizione religiosa).
Nel merito della sessione a cui ho partecipato come relatore e poi come contributore al dibattito, butto giù una piccola nota a margine sul tema delle strategie. Durante la tavola rotonda si è assistito a un susseguirsi di proteste relative all’incapacità dei manager pubblici di migrare al free software o, per lo meno, al commercial open suore. Si è protestato sulle leggi, sulle strategie di egovernment, sull’incapacità tecnologica e culturale dei manager, sulle “relazioni” politiche e si è rischiato di argomentare persino sul sesso degli angeli.
Il problema, da un mio punto di vista, è irrisolvibile sin tanto che il decisore non proverà a vivere l’esperienza. Io ho usato la metafora dei gruppi di acquisto solidali (rete dei GAS). Infatti, quando entri in quel circuito, impari a vivere e convivere con l’esperienza e con chi la sta vivendo come te e sei disposto che a pagare di più le merci perché hai la consapevolezza della qualità del prodotto, dell’etica della produzione, della filiera e dei tuoi diretti controlli sui vari passaggi. Con l’acquisto del software deve avvenire lo stesso, altrimenti il decisore si basa su altre metriche: prezzo, gara, spinta decisionale dall’alto, ecc.
That’s all




















> nuovi scenari vengono percepiti come più interessanti e, spesso, più vantaggiosi dagli utenti e dalle aziende:
vero
> a) cloud computing (il software va sulle nuvole e così pure il free software);
Verissimo tanto è vero che si parla di “open cloud”, guarda l’open cloud manifesto :)
> b) la qualità (usabilità, appeal, brand, virilità, massificazione, consumerization, ecc.) diventa spesso più importante dell’efficacia reale;
a parte la virilità ;) il resto è essenziale e garantito dal sw libero, se poi ci aggiungiamo anche la sicurezza e l’ispezionabilità ancora di più.
> c) l’open data è la nuova frontiera della libertà informatica;
nuova non tanto, visto che se ne parla da quasi una decina di anni, ma sicuramente essenziale!
> d) lo user empowerment (l’utente sceglie per consapevolezza e non più per costrizione o predisposizione religiosa).
Eh si… concordo! Nessuna religione e tanto meno costrizioni, concordo, ma apertura che garantisce la PA in termini di sicurezza, openness, iteroperabilità, cooperazione applicativa, no lock-in, non back doors, non legami obbligatori con i fornitori, maggiore pluralità nelle scelte future, maggiori garanzie di integrazione con il sw esistente… and so on :)
> Il problema, da un mio punto di vista, è irrisolvibile sin tanto che il decisore non proverà a vivere l’esperienza.
Il problema non sono i dirigenti, ma i politici che non sono “aware”, quando lo diventano, all’improvviso diventano anche paladini del sw libero perché capiscono che sono scelte non tecniche ma politiche (e non religiose ovviamente).
> Io ho usato la metafora dei gruppi di acquisto solidali (rete dei GAS). Infatti, quando entri in quel circuito, impari a vivere e convivere con l’esperienza e con chi la sta vivendo come te e sei disposto che a pagare di più le merci perché hai la consapevolezza della qualità del prodotto, dell’etica della produzione, della filiera e dei tuoi diretti controlli sui vari passaggi. Con l’acquisto del software deve avvenire lo stesso, altrimenti il decisore si basa su altre metriche: prezzo, gara, spinta decisionale dall’alto, ecc.
Non e’ solo (ma anche ovviamente) questione di etica, ma anche di tutto quanto detto scopra.
Il fatto che il decisore si basi su prezzo e gare concordo, e volendo anche su “spinta decisionale dall’alto” purché sia dettata da consapevolezza e di gestione di un bene pubblico!
Grazie Gigi!
Ah, che bello. VIRILITA’ lo lascio così com’è :-) Molto meglio di VIRALITA’! LOL!
Detto questo grazie per il commento e per il bel dibattito che hai animato al convegno Software libero e PA :-)
Eh eh eh … se è per questo hai anche scritto “open suore”… ma faceva meno ridere ;)
OK, devo smetterla di bloggare i giorni di festa :-)
… no no… continua :)
Per non parlare delle potenziali interazioni tra "virilita'" e "open suore"… scusate ma non sono riuscito a resistere…
Hai fatto bene GB, Come vedi, non lo correggo, è troppo spassoso :-)
Ho partecipato alla discussione……..guardare blog. Un abbraccio, vi voglio bene.
Lette, letto Michele. Tu hai un approccio “talebano” che non ammette mediazioni e sai che questo ci è sempre piaciuto e ci ha aiutato quando portiamo le tue realizzazioni come esempio. Purtroppo la PA è un ambiente composito, variegato e complesso. E dove lavoro io, ad esempio, non è possibile forzare la mano. Bisogna persuadere, dimostrare opportunità reali e, soprattutto, fare due passi avanti e ???? indietro :-)
Effettivamente le interazioni tra "virilità" e "open suore" possono essere decisamente esplosive….:-))
Per tornare a bomba sul tema, come sapete l'aspetto che credo essere determinante è quello di "mercato". voglio dire che è facile, come sottolineato da Michele, cadere nella trappola dell'ideologia religiosa del "modello open source". e tuttavia se questo modello non è riuscito ad affermarsi penso sia utile cercare di capirne il reale motivo.
Purtroppo i policy makers sono troppo influenzati dal potere dominante delle grandi corporation e questo è un problema non solo limitato al settore dell'innovazione e dell'ICT. se avessimo una governance dei processi innovativi della PA efficiente ed efficace, vi sarebbe senz'altro maggiore concorrenza e apertura tra i due mondi (OS e proprietario), ma allo stato tra authority (dove sono?) e digitPA (che fa'?) non sembra che si abbia voglia di promuovere una effettiva apertura dei sistemi. quì si è un problema di regole e standard :-(
Altro discorso per il tema open data/government che credo essere più prettamente politico, bisogna semplicemente volerlo perseguire senza se e senza ma… e però vallo a dire a Sogei di aprire l'anagrafe tributaria!! già sento la risposta che mi fischia nell'orecchio…
Ugo, convengo. Anche perchè l'Open Data Government è un opportunità a basso costo e che non dovrebbe "scontentare" chi ha già le mani in pasta.
nel tentativo di essere gentile con i policy maker: a volte non è mancanza di coraggio, ma solo mancanza di awareness… a noi tecnici il compito di renderli aware :)
Quoto Ugo, concordo! Aggiungo solo (come ho anche risposto a Michele sul suo blog) che anche la scelta tra sw open e proprietario è una scelta politica.
L'Open data non è a minor costo di quanto non sia open source, Gigi.
Scontenta meno perché non mette le mani in tasca a nessuno… :)
Già, proprio lì è il problema: il policy maker non libero, a proposito di libertà, e con scarso coraggio di prendere certe strade..
Già Gigi a bassissimo costo, anzi è maggiore il costo di chiudere i sistemi per la gestione delle informazioni piuttosto che aprirli; si ci vogliono delle risorse per rendere i dati interoperabili (che brutto termine!!), ma quelli che stanno in SPC hanno tutto il quadro regolamentare e operativo per farlo….
scusa Gigi ma colgo questa occasione per ringraziare Flavia ed Ernesto per le loro osservazioni sulla riforma del CAD che pubblicano sui blog ed eGov….bravi, ottimo lavoro e continuate ad aggiornarci..