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RAW, DATA, NOW!

Torno sull’argomento a seguito dei tanti commenti e dei contributi che ho trovato in rete, e lo faccio con enorme piacere.

Prima del Convegno di Roma, oltre ai contributi del bloggante sul tema, anche Nicola aveva indicato la strada con buoni esempi. Titti aveva raccontato un esperienza programmatica (alla quale anche il sottoscritto aveva collaborato) e Matteo aveva circonstanziato il tema anche da un punto di vista tecnico.

Per facilitarne la diffusione è utile segnalare anche l’articolo di Chiara e la videointervista di Ernesto che, sul sito di Forum PA,  hanno permesso di elaborare meglio la tesi, suggerendone alcune applicazioni possibili anche in Italia.

Secondo me, l’azione più importante ora, è quella di fare in modo che gli attori più “influenti”, che hanno avuto l’ opportunità di argomentare assieme al Presidente della Camera e ai maggiori rappresentanti di maggioranza e opposizione (Romani e Gentiloni in primis), comincino a maturare la convinzione che non basta la diffusione dell’infrastruttura (Banda Larga) e la difesa della democrazia e della neutralità per far crescere la cultura della rete. E’ IMPORTANTISSIMO convincerli che bisogna aprire i sarcofaghi, altrimenti senza i dati “grezzi” in rete l’economia immateriale non decolla.

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sekikan.jpg
Wikimedia

I vari Luna, Quintarelli, Cortiana, De Martin e altri, potrebbero facilitare la diffusione della cultura Open Data. Michele mi ha promesso che lo farà già stasera.

Noi, di InnovatoriPA, lo faremo a Maggio al nostro Barcamp, ma abbiamo bisogno di più sostegno e, soprattutto, abiamo bisogno che il tema venga percepito come FONDAMENTALE anche dalle aziende.

Nel contempo, come ho fatto per l’Open Government, provo a dettagliare una scheda.

Enjoy

La dottrina dell’Open Government potrebbe sembrare sufficiente per imprimere un grande cambiamento, democratico, partecipativo e trasparente.

Invece, soprattutto la trasparenza, ha bisogno di spingersi più a fondo, laddove giace il patrimonio dei dati pubblici, quei dati che rappresentano ancora una rendita da posizione inespugnabile.

Il back-end pubblico, ovvero l’insieme dei sarcofaghi che conservano i dati dei cittadini e delle imprese, è ancora per lo più inaccessibile e, quando non lo è, appare difficilmente interpretabile, spesso a causa del formato dei dati che lo compongono. Quindi, c’è dell’ulteriore lavoro da fare.

Ancora una volta ci viene in aiuto la direttiva americana sull’Open Government che, in sintesi, definisce cosa si intenda per “formato open”: “Per formato open si intende un formato indipendente rispetto alla piattaforma, leggibile dall’elaboratore e reso disponibile al pubblico senza che sia impedito il riuso dell’informazione veicolata”.

Certo, sembra già un buon punto di partenza che, in ogni caso, deve essere sostenuto da una corretta interpretazione tecnologica. Per fortuna ci viene in aiuto, definendo il nuovo concetto di “linked data” , uno dei padri fondatori della rete, quel Tim Berners Lee che inventò il World Wide Web.

Berners Lee, indicato dal governo britannico come testimonial e advisor per il progetto Data.gov.uk (http://data.gov.uk/), ha fornito un contribuito fondamentale per la definizione di un contesto preciso e ha suggerito le soluzioni tecnologiche idonee per la libera circolazione dei dati sul web, in un suo ormai leggendario intervento al TED 2009.  

I dati, nella visione di Berners Lee, non hanno in sé proprietà relazionali, sono freddi, sono semplicemente dei dati. Singolarmente non sono utilizzabili, se non aggregandoli per estrarre valore dalle loro relazioni.
 
Ecco che il termine “Linked data” comincia ad assumere un significato più preciso. Si tratta esattamente di un modello che si predispone alla relazione e dunque all’interoperabilità per far fare ai dati quello che i link fanno già benissimo: garantire le relazioni bidirezionali,  favorirne l’accoglimento da parte di dizionari diversi, incoraggiare l’approccio semantico.

Nel suo articolo su W3C (Lee, 2009), lo stesso Berners Lee ha indicato il modello RDF (Resource Description Framework) come l’”interconnection bus” da utilizzare qualunque sia il formato con cui i dati vengono richiesti o forniti.

Il modello RDF, specifica l’autore, permette di linkare oggetti e concetti, facendo uso di URIs (Uniform Resource Identifier), collegare sistemi disegnati originariamente in maniera indipendente l’uno dall’altro, aggiungere interoperabilità quando questa è vantaggiosa, esprimere ogni dato in un set di vocabolari diversi.

Questa tecnica, accolta dal governo britannico nella declinazione dell’Open Data, è perfettamente integrabile con qualsiasi applicazione web e quindi ancora più lungimirante di quella americana.

Ma il problema è anche filosofico ed etico. Per rendere i dati disponibili è necessario educare alla condivisione e, forse, è proprio per questo che Berners Lee parla della sindrome da “abbraccio di database”, indicando la difficoltà da parte di alcuni detentori di dati nel “lasciarli andare”, in formato aperto, al riuso creativo da parte di altri.

L’Open Data britannico, dunque, suggerisce un approccio al fare, molto semplice e concreto, che potrebbe esserci d’aiuto nello sfuggire all’attrazione fatale che ci lega al binomio massime dichiarazioni & azioni, decisamente contenute.

Così si presenta il data.gov.uk:

“Questo sito web si propone di lavorare sull’integrità del patrimonio dei dati amministrativi al fine di avere dati:
· facili da usare
· facili da licenziare
· facile da riusare”

e questi sono i sui obbiettivi:

· lavorare con il web
· mantenere le cose semplici: l’ obiettivo è far si che il web funzioni meglio, apportando il minor cambiamento possibile
· lavorare con discernimento: non si cerca di cambiare il mondo. Si sa che alcune cose richiedono tempo, altre possono essere fatte in tempi relativamente brevi. Ogni cosa ha il suo tempo e segue il suo passo
· usare open standards, open source e open data: questi sono gli elementi centrali di un sistema modulare e sostenibile · costruire comunità e lavorare con e attraverso di esse (sia all’interno che all’esterno dell’amministrazione).

 L’intera filosofia dell’Open Data si basa dunque su un presupposto fondamentale: tutti i dati devono essere liberamente accessibili da parte di tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altri meccanismi di controllo.

A questa filosofia molti liberi pensatori si sono ispirati, formulando di volta in volta delle argomentazioni che sono diventati dei propri e veri pilasti dell’Open Data:
· I dati appartengono alla razza umana. Esempi tipici sono i genomi, i dati sugli organismi viventi, i dati utili alla scienza medica, i dati ambientali.
· I fatti non possono essere legalmente protetti da copyright.
· Non si possono creare restrizioni sul riutilizzo dei dati.
· I dati sono necessari per rendere fluida l’esecuzione delle più comuni attività umane (dati cartografici, dati delle istituzioni pubbliche, ecc.)
· Nella ricerca scientifica, l’incremento delle scoperte è accelerato da un migliore accesso ai dati.

Ora non si tratta che darsi da fare, prendere tutto ciò che di buono viene esaltato da queste buone pratiche e portalo a buon fine anche in Italia, prima che siano i soliti grandi competitori internazionali a farlo.

Google, ad esempio, ha appena aperto i cantieri con il suo Google Public Data Explorer e non è detto che altre multinazionali non seguano l’esempio.

Non ci sono scuse, non c’è più un minuto da perdere. E’ necessario partire consolidando ed emulando le tante azioni dal basso dei mille innovatori che dentro la pubblica amministrazione si battono perché ciò avvenga, e bisogna farlo subito, senza aspettare azioni dall’alto che in Italia stentano ad arrivare.

Lo si deve fare, ascoltando i cittadini che lo pretendono e assecondando le aziende che ne hanno diritto per tornare a competere.

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Woodstock

Segnalo un mio contributo per la rivista eGov. E’ a disposizione anche in pdf del cartaceo.

Enjoy

Oltre ogni format, verso una Woodstock dell’innovazione

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Market place delle buone pratiche

Ieri, nel segnalare il marketplace di Google, ripensavo al modello Obama, o meglio al modello Kundra di cui argomentavo anche in un recente post sull’Open Government.

Pensavo che un marketplace attraente, dovrebbe far suoi dei modelli ormai consolidati e, fra questi, soprattutto quelli che riescono a ridurre contemporaneamente l’impatto economico e il time-to-market.

Questo, nella declinazione eGov, diventa un must e consiglia a coloro che sono chiamati a governare la cosa pubblica, di rifarsi alle esperienze che provengono dal basso e di governarle con le risorse già disponibili. Risorse strumentali (hardware e software) e risorse gestionali (patriminio delle competenze umane).

Per fare ciò è necessario che l’istituzione pubblica (nel suo insieme fatto di amministratori e funzionari) osservi costantemente e con attenzione le dinamiche sociali e faccia proprie le migliori. Non deve vergognarsi di non possedere tutte le competenze, anzi, deve essere orgogliosa di reclutare i talenti migliori e portarli dentro un circuito di partecipazione attiva. Questo circuito diventa, come nel caso dello stato di Victoria in Australia, un laboratorio di eGovernment partecipato: Gov 2.0.

Dunque, pubblici amministratori e funzionari devono saper superare la prepotenza e la boria che li ha condotti sin qui a far da soli. Non c’è nulla da dimostrare, non c’è competizione. Non è più possibile che si continui a progettare in modalità top-down, racchiusi dentro torri di avorio. Non è più sopportabile un atteggiamento del tipo: “Io so cosa vuoi e come lo vuoi. Perciò faccio io, perché ho le competenze.” Non funziona più!

Il prodotto Gov 2.0 diventa allora un “iniziativa” condivisa e può declinarsi con un ibridazione di servizi in-house e hosted (gestiti direttamente dall’Ente Pubblico o erogabili grazie ai servizi di cloud computing). In pratica un framework flessibile dove l’applicazione non è più un monolite ma, piuttosto, un widget altamente usabile e fruibile sull’iPhone, su Facebook, sul browser o su un qualsiasi portale retrò della pubblica amministrazione. L’interoperabilità è scontata, ma avviene a livello di back-office. L’utente vede solo oggetti semplici e usabili che dialogano con i sistemi informativi attraverso i web services.

Tornando quindi alle riflessioni iniziali, dovrebbe essere logico e intelligente emulare loo stato dell’arte a livello mondiale che, ancora una volta, è rappresentato dall’esempio dell’amministrazione americana, ovvero Apps.gov (https://apps.gov).

 appsgovusa[1]

Apps.gov è sostanzialmente un marketplace, una vetrina on-line per le agenzie federali americane che intendono acquisire velocemente servizi e applicazioni basati sul cloud computing per diminuire il time to market, aumentare la produttività, la collaborazione e l’efficienza.

L’intuizione americana percepisce esattamente le nuove frontiere dell’ICT e le fa sue insistendo ed enfatizzandone i principi basilari:

Cloud computing is the next generation of IT in which data and applications will be housed centrally and accessible anywhere and anytime by a various devices (this is opposed to the current model where applications and most data is housed on individual devices” (Kundra).

Non a caso nel market place di Apps.gov sono presenti vere e proprie killer-application del social web, come le Google Apps o Worpress, conosciute e fidelizzate da milioni di utenti, che in sintesi garantiscono un interpretazione autentica del pensiero obamiano “se le persone stanno principalmente altrove (i social network) non si può attendere che vengano da noi, ma dobbiamo muoverci portando noi i contenuti dove gli utenti si aspettano di trovarli (i social media). “dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente” (Pratellesi).

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Nomination

Ricevo oggi una email e, a causa della mia ignoranza abissale sul tema, di primo acchito ho pensato fosse uno spam.

Invece trattasi della candidatura per il premio: LA CITTA’ DEI CITTADINI!

cittadeicittadini2009 Nomination

Il comitato mi conferma che la mia candidatura (in competizione con altre 5) è relativa al tema: “….un alto riconoscimento che sarà attribuito ad una personalità che si sia particolarmente distinta nello sviluppo di progetti che mirano a favorire la comunicazione tra Istituzioni e cittadini, e in particolare nell’erogazione di servizi tramite le nuove tecnologie web…”

Che dire, sono lusingato e, davvero, non so chi ringraziare per la candidatura.

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Open government

Lo spunto di questo post deriva direttamente da uno studio che sto conducendo sul tema dell’eGovernment e sulle buone pratiche di Gov 2.0 a livello planetario.

Volevo riempirMI un vuoto che wikipedia non colma,  in quanto non esiste una versione italiana dell’approfondimento sull’ Open Government. Inoltre, anche googlando come un mandrillo, ho trovato poco materiale divulgativo in lingua italica :-(

Enjoy

La dottrina dell’Open Government è imperniata su un concetto molto semplice: Tutte le attività dei governi e delle amministrazioni dello stato devono essere aperte e disponibili per favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sull’ operato.

Nella sua declinazione più ampia la dottrina dell’Open Government si oppone alla ragione di stato e alle considerazioni di sicurezza nazionale,  che tendono a legittimare il segreto di stato esteso.

L’origine di questa dottrina  può essere riconducibile all’illuminismo e ai dibattiti sulla costruzione di una corretta società civile, a quel tempo in piena formazione.

 Negli ultimi anni la sua adesione da parte dei governi più virtuosi, ha subito una grande accelerazione grazie all’opera di Vivek Kundra, ex Chief Technology Officer di Washington D.C., chiamato dal presidente Barack Obama a dirigere l’ Information Officer del Governo Federale.

Grazie alle visioni di Vivek Kundra, l’amministrazione Obama ha emanato la direttiva sull’Open Government del dicembre 2009 nella quale, fra l’altro, si legge “Fin dove possibile e sottostando alle sole restrizioni valide, le agenzie devono pubblicare le informazioni on line utilizzando un formato aperto (open) che possa cioè essere recuperato, soggetto ad azioni di download, indicizzato e ricercato attraverso le applicazioni di ricerca web più comunemente utilizzate. Per formato open si intende un formato indipendente rispetto alla piattaforma, leggibile dall’elaboratore e reso disponibile al pubblico senza che sia impedito il riuso dell’informazione veicolata” (Chiara  Buongiovanni).

Gli effetti pratici di questa direttiva si sono concretizzati con la messa in esercizio di Data.gov (http://www.data.gov/) il portale governativo americano creato con lo scopo di garantire un unico punto di accesso a tutte le informazioni pubbliche prodotte dal governo. “The purpose of Data.gov is to increase public access to high value, machine readable datasets generated by the Executive Branch of the Federal Government. Although the initial launch of Data.gov provides a limited portion of the rich variety of Federal datasets presently available, we invite you to actively partecipate in shaping the future of Data.gov by suggesting additional datasets and site enhancements to provide seamless access and use of your Federal data”.

datagovusa Open government

Operativamente il servizio permette alle aziende, ai singoli e alle altre istituzioni di prelevare direttamente i dati grezzi, oppure di estrarli tramite la mediazione di strumenti (tipicamente applicazioni/widgets o siti web) in formato presentabile ma formattato. Una sezione particolare è riservata ai geodata (informazioni geografiche) pubblici.

La strada intrapresa dall’amministrazione Obama ha l’obbiettivo primario di diminuire la distanza fra i cittadini e l’apparato pubblico mettendo al primo posto il tema della trasparenza.

Come secondo effetto indotto, la stessa amministrazione scommette su un consistente risparmio di fondi pubblici e, soprattutto su un nuovo slancio economico indotto dalle opportunità di utilizzo dei dati da parte delle aziende.

Si palesa, inoltre, una grande intuizione, quella di favorire lo sviluppo e la diffusione di applicazioni leggere (widget, mashup, ecc.) attraverso l’uso intelligente dell’open source, dei social media e del cloud computing.

Questo percorso/filosofia, è ora nella fase di contaminazione più spinta. Vedasi UK e Finlandia,   fra i primi a muoversi nella stessa direzione di Obama.

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Non pervenuta

Continua la mia ricerca sull’utilizzo, BUONO, di Twitter nelle istituzioni.

Oggi ho individuato un Directory molto esteso che aggrega risorse riferibili alla globalità del pianeta.

Ovviamente Italia…….. non pervenuta!

image thumb Non pervenuta

Un po’ perchè non sappiamo presidiare questi canali e, credo, sarebbe corretto fare delle azioni di push e non solo di pull! Mannaggia a me e alla fissa dei DOVERI!

Un po’ perchè, come abbiamo visto, non intriga a sufficienza i nostri politici.

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Chiaccherata sulla democrazia partecipata

Domani, su invito di Maurizio, faccio una chiaccherata con gli studenti dello IUAV.

Pensavo di farmi accompagnare da queste slides.

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Chiudo bottega

Stavo preparando delle slides per una lezione allo IUAV sul tema eDemocracy & ePartecipation e, ravanando fra i vari materiali e la linkografia raccolta, mi imbatto in questi:

http://www.tweetcommons.com/house

http://politwitter.ca/

Dopo averlo visto, e consultato il documento su Scribd, posso anche chiudere bottega per sempre.
A dire il vero ho sempre avuto una passione per il Canada e quest’anno volevo farci un giretto partendo dalla Nova Scotia.
Penso che potrei anche stabilirmici per sempre.

Come dire: Oh my Gov!

Twitter and the House of Commons

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