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Autorevolezza
Oggi lurkavo, su Friendfeed, un paio di discussioni sulla home page odierna del Corriere della Sera on-line, che vedete qui sotto.
Fra i commentatori ci sono, come è ovvio che sia in questi social network, anche esperti del settore, uomini di comunicazione, di marketing, ecc. Quasi tutti gridano allo scandalo!
La cosa mi sorprende un po’, e denota l’ennesimo paradosso. Chi si nutre di innovazione tecnologica dovrebbe lasciarsi trapassare dalle nuove dinamiche, specialmente se aderenti ai must del web sociale e dell’economia immateriale. Insomma è un BUZZ!
Mi spiego meglio. Come è possibile che da più parti si continui a dire che il mainstream deve cambiare e farsi avvolgere dagli strumenti e dai servizi (nonchè dai paradigmi) del web 2 e poi si gridi allo scandalo?
L’editore ha scelto di dare un enorme spazio a una pubblicità che, da un punto di vista comunicativo, è molto virale perchè connotata da grafica, loghi e strumenti web 2. Cosa c’è di male?
Se ciò, poi, serve a far sopravvivere anche i giornali di carta dei quali molti profetizzano l’imminente funerale, cosa c’è di male?
Mettere in risalto il brand di una banca che per prima, nel nostro paese, ha diffuso il concetto di home banking come opportunità per i consumatori e cardine dell’economia immateriale, non mi sembra un delitto.
Cioè, non capisco. Ma il cambiamento lo vogliamo o non lo vogliamo? Il rischio legato alla creatività, vogliamo lasciarlo percorrere da chiunque, o no?
A me sembra comunque una campagna di rottura, creativa e a suo modo virale, altrimenti non saremmo qui (e su FF) a discuterne.
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Tarocchi
Scritto da gigicogo in conoscenza, giornali il 4 febbraio 2010
Via Giorgio, apprendo di questi taroccamenti.
In rete, le bugie hanno le gambe corte :-)
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Eretici digitali un libro importante, una discussione aperta
Scritto da Salvatore Valerio in comunicazione, conoscenza, conversazioni, cultura, democrazia, e-learning, eGovernment, ebook, edemocracy, educazione, giornali, google, informazione, internet, knowledge, web 2.0 il 30 dicembre 2009
Di Salvatore Valerio

Salve amici, in questi giorni ho avuto l’occasione e il tempo di leggere Eretici digitali di Russo e Zambardino.
Con gli “eretici” c’ho sempre avuto a che fare, fin dai tempi della versione 1.0 di webeconoscenza con il mitico Clifford Stoll . Gli eretici, i bastiancontrari, i maverick, cioè quelle persone che scelgono di non seguire la corrente, suscitano in me un naturale sentimento di identificazione e simpatia.
Nel titolo di questo post ho scritto che, questo è un libro importante. Per quel migliaio di amici – 1395 RSS nel momento in cui scrivo – che sono interessati al mondo digitale, questo libro è importante e dovrebbero leggerlo perché con le loro dieci tesi, gli autori, mettono in luce quelle parti della rete in cui si muove l’informazione che, sono spesso oggetto dei post di questo sito e, che non sono immediatamente riconoscibili.
Il libro è stato pubblicato oltre che nel tradizionale formato cartaceo anche in formato digitale sul sito www.ereticidigitali.it.
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Abituati bene?
Scritto da gigicogo in conoscenza, giornali, informazione il 19 novembre 2009

Se ne parla, se n’è parlato, se ne parlerà ancora.
Sembra che il primo a passare dalle parole ai fatti sarà il Times.
Ora c’è anche da capire questo (o surrogati dello stesso), come possibile effetto!
Diciamo che la rete potrebbe trovare gli antidoti per sostenere quel paradigma che ci ha abituati bene.
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Bella notizia a Nord Est
Scritto da gigicogo in comunicazione, giornali, innovazione, web 2.0 il 9 novembre 2009
“el Gazetin” non è mai mancato a casa nostra. Per mio padre era un rito e oggi mia madre continua la tradizione.
Io lo leggo un po’ più spesso grazie all’edizione on-line che ho salutato positivamente sin dalla sua nascita.
![]()
Oggi apprendo, con grande gioia, che la gestione dell’on-line, farà capo a una carissima persona: appassionata, competente e ostinata quanto basta per rendere questo gioiellino ancora più utile.
Non so se oggi avrà avuto il tempo di leggere il post e i commenti di PierLuca che sembrano caduti a fagiolo.
Da parte mia gli rinnovo gli auguri già fatti sul suo blog e l’invito ad accettare le stesse provocazioni che abbiamo affrontato con gli amici del Corriere.it.
Un grosso in bocca al lupo Carlo!
Carlo
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Quantità e qualità dell’informazione
Leggevo il post di Gino e riflettevo su alcuni paradigmi. Non tanto quelli tecnologici (sinceramente le tendenze mi intrigano, ma se sia meglio scrivere su feisbuc, FF o sul proprio blog non lo considero importante). Mi interessa di più la “funzione” di noi digital writer di questo nuovo millennio. Non voglio tornare sulla questione blogger e giornalisti ma, piuttosto, sulle dinamiche che portano ognuno di noi a diventare un “citizen journalist” in erba.
Cosa rimane della circolazione liquida e ossessiva delle informazioni su web? Si può affermare che il valore di queste informazioni possa essere paragonabile a quello della tradizionale narrativa?
Ecco, su queste elucubrazioni vi sparo un pistolotto che avevo in bozza e che un articolo del prof. Longo su Mondodigitale mi ha permesso di completare. Che ne dite? Qualità o quantità?
Buona lettura
(immagine)
Giornale on-line, oggi, significa produrre conversazioni non più articoli. Certo, alla base della conversazione c’è l’opinione del giornalista, ma si è introdotta finalmente la modalità di interazione. L’articolo può essere votato (rating) discusso (conversation) condiviso su altri media (share), ecc. Inoltre, attorno a un tema o a un opinione, si possono sviluppare conversazioni stimolate da altri contributi: quelli degli utenti.
Esistono già, nella logica evolutiva di questo paradigma, dei veri e propri giornali on-line scritti dagli utenti per gli utenti. Questo fenomeno, definito come “citizen journalism[1]” è in continua crescita anche se là modalità principale di approvvigionamento delle informazioni prevede sostanzialmente una commistione fra il modello trasmissivo basato sulla predominanza di articoli scritti da giornalisti professionisti e una percentuale più bassa di contenuti scritti dagli utenti o prelevati dagli altri media sottoforma di aggregazione attorno a contesti precisi. Infatti più che di fonte alternativa, spesso si tratta di fonte parallela, mediata da riflessione alternativa. Il blogger, ad esempio, cita la stessa fonte ma la analizza in modo completamente diverso dal giornalista professionista, mettendo però sempre la notizia a disposizione del contraddittorio con gli altri utenti o abitanti della rete. Gli esempi, sullo stile di iReporter (www.ireport.com) della CNN, al di là dell’Atlantico si sprecano ma, per rimanere in Italia, è forse utile citare gli esempi di Netmonitor (netmonitor.blogautore.repubblica.it) di Repubblica.it, che rappresenta un idea di conversazione fra giornalisti professionisti e blogger attorno a temi di attualità, oppure di Wikinotizie (it.wikinews.org), che rappresenta una fonte di notizie generate dagli utenti a “contenuto aperto” e pubblicate su un wiki non molto dissimile dalla più conosciuta Wikipedia.
Va però precisato che tutto il mondo dell’informazione digitale potrebbe, per assurdo, implodere in un paradosso che è alla base stessa della elaborazione computistica: “Il calcolatore rende complessa – anziché semplificare la descrizione della realtà e questo suo effetto inatteso lo rende molto diverso dalla macchina matematica tradizionale, la cui stessa fondazione, cioè la costruzione dei numeri, si compie mediante un’astrazione semplificativa. In altre parole, il passaggio dagli eventi e dagli oggetti al numero avviene grazie a un sacrificio: alcune differenze (cioè informazioni), anzi quasi tutte le differenze, vengono soppresse e solo alcune vengono lasciate sopravvivere. La regola così cara agli insegnanti per cui si possono sommare solo elementi omogenei (anzi la nozione stessa di omogeneità) deriva dall’introduzione di una relazione di equivalenza basata sull’eliminazione irreversibile di certe differenze. Alla radice della matematica vi è dunque un degrado irrecuperabile di informazioni o di qualità: il numero è l’antitesi dell’informazione”. (tratto da Mondodigitale)
Infatti, la sensazione che la quantità prevalga sulla qualità è costantemente in agguato anche se vi è una consapevolezza abbastanza diffusa che il web e le informazioni che vi appaiono, dia solo impressione che tutto sia disponibile. In verità, il web mostra solo quel che vuol mostrare e spesso non mostra i contenuti migliori. Narrativa, romanzo, saggistica, editorialismo molto spesso non vi risiedono, per cui si può evincere che l’informazione digitale è quantitativamente cospicua ma non rappresenta la completezza.
Non ci sono, IMHO, oggi dei parametri per misurare l’effetto che tutte queste informazioni digitali potranno produrre nelle future generazioni. Non c’è un misuratore di impatto culturale che possa mettere a confronto informazione digitale e narrativa tradizionale. Di una cosa però sono ancora sicuro: Omero è arrivato fino a noi senza l’ausilio dell’informatica e del web.
[1] Il giornalismo partecipativo (detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism o open source journalism) è il termine con cui si indica la nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da internet.
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A NordEst qualcosa si muove
Scritto da admin in giornali, informazione il 23 dicembre 2008
Il Gazzettino (anzi, “el gazetin”) è qualcosa che fa parte della venezianità. Da quando son nato ho sempre sentito dire: “ti gà comprà el gazetin” e mai “ti gà comprà el giornal”!
Il Gazzettino è stato fondato nel marzo del 1887 da Giampietro Talamini (Vodo di Cadore 1845 – 1934) ed è tra i più antichi quotidiani d’Italia, era inizialmente stampato su un solo foglio e aveva una diffusione locale. Sul giornale per lungo tempo furono pubblicate novelle e romanzi a puntate, e questo contribuì notevolmente alla sua diffusione e alla sua perdurante fortuna (fonte Wikipedia)
Dire che il Gazzettino e Venezia sono la stessa cosa è forse azzardato ma per molti non può esistere Venezia senza il Gazzettino. Non avrebbe senso.
Questo giornale che da quando sono nato sono abituato a vedere sulla “credensa” ha vissuto diverse vicissitudini, non ultima quella dell’edizione on-line che, fino a pochi giorni fa non era altro che un estratto di quella cartacea.
Ora si fa sul serio. La redazione on-line è decollata, con tutti i sacri crismi del web 2.0 (commenti, social sharing, rss, ecc.). Staremo a vedere come va, intanto è davvero un bel giorno per noi venexiani!
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Lacrime di coccodrillo
Scritto da admin in giornali, politica, televisione il 22 novembre 2008
Dal punto di vista della maturità intellettuale, ero appena un ragazzino quando un gruppetto di persone decise di parlare di politica, di cultura, di società e di economia in un modo nuovo: adorato da qualcuno che lo accolse come un primo risveglio delle coscienze, una breccia nel mondo del pensiero unico ante litteram; incomprensibile per molti, che preferirono sempre il modo rassicurante dell’informazione dogmatica, standardizzata, fintamente super partes e altrettanto fintamente distaccata e obiettiva; osteggiato da alcuni altri, che vi trovavano spesso ostacoli all’avanzata delle loro sedicenti idee liberali, innovative in un modo che don Sturzo avrebbe probabilmente trovato contraddittorio.
Anche dopo l’esplosione di Tele Kabul, non fui in grado di capire quello che stava accadendo. Non riuscivo a condividere l’entusiasmo per questo fenomeno, inizialmente di nicchia, fino a che non mi accostai più responsabilmente alla vita reale.
E‘ bastato poi rendermi conto che quella politica che avevo sempre rifiutato, un po’ per delusione e un po’ per qualunquismo, era una parte importante della mia e delle altrui vite, per farmi capire ciò che mi stava accadendo intorno.
E per comprendere veramente cosa succede, per formarci giudizi obiettivi e non rischiare di farci trascinare dalle idee altrui, tutti noi abbiamo bisogno di sentire più campane.
Questo giornalista burbero, ironico, a volte quasi offensivo nel suo integralismo ma anche nella sua integrità, ironico fino a sfociare nel dispetto verso chi non la pensava come lui, ha dato a molti, a mio parere, la campana che mancava, una campana di enorme risonanza, tanto enorme da far gridare all’uso personale del mezzo televisivo e dell’informazione.
Con i ritmi della vita di oggi, che impone efficienza, velocità, programmazione, anche nel giornalismo si è consolidata l’abitudine di scrivere i cosiddetti “coccodrilli”, epitaffi preparati in onore di personaggi celebri in vista e comunque prima della loro dipartita. Sono dell’idea che, per chi conosceva bene Sandro Curzi, questo non sarebbe stato possibile, per due ordini di motivi.
In primo luogo, sarebbe stato impossibile prevedere cosa avrebbe fatto, detto o pensato quest’uomo, anche se stanco, amareggiato, anche se provato dalla malattia: si sarebbe corso il rischio di cadere nel banale, di sottolineare solo l’ideologia, di fare insomma quella retorica che lui odiava perchè, secondo lui, contrapposta alla sincerità.
E poi: ho sentito tante persone che gli sono state vicine, non per dovere ma per scelta, chiamarlo maestro, rivoluzionario, padre. Sentendo il tono di quelle parole, si percepisce il loro dolore ed il senso di vuoto per ciò che questa persona ha rappresentato: nessuno di loro avrebbe voluto anticipare, in qualche misura, la perdita di qualcosa di così importante, foss’anche stato un simbolo.
Tutte le grandi persone, quelli che ci lasciano qualcosa di importante per cui essere ricordati, quelli che come fari guidano la nostra vita e ci aiutano nella consapevolezza, nascono, crescono e infine declinano. Razionalmente è facile farsene una ragione, darsi una spiegazione ineccepibile dal punto di vista deterministico: ma oggi sono contento di non essere riuscito a trattenere una lacrima, perché questo nome, seppellito nella mia memoria insieme a migliaia di altri, mi aiuta a ricordare che esistono cose in cui vale la pena credere. Cose che mi fanno sentire vivo.
Sono sinceramente addolorato per chi non ha mai cercato di comprendere lo spirito che c’era dietro quelle facce serie.




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