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Vi piace Youtube?

E se non vi piace, come lo vorreste?

you tube

Se avete idee, ecco il posto dove indirizzarle. Sembra che Google, per il nuovo decennio, stia pensando a un tubo tutto nuovo.

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Italians in holiday

Di Salvatore Valerio

internetpoint Italians in holiday

Cari amici, quest’oggi voglio allietarvi raccontandovi una storiella che ha per protagonisti una famiglia di vacanzieri italiani, un episodio che, potrebbe o… non potrebbe essere realmente avvenuto quest’estate in Scozia. Per ovvi motivi di riservatezza chiameremo il capofamiglia Gigi, la consorte Moglie e il figlio Riccardino.

Scenario: Mattino ore 08:30, strade della scozia. Direzione sud. La scritta, sull’edificio rialzato ad un piano di un bel blu elettrico. INTERNET POINT.

Gigi: Eccolo qui, era proprio come ci hanno indicato. Che fortuna, il parcheggio è libero.

Scesi dall’auto gigi, la moglie e riccardino entravano appostandosi sulle prime postazioni libere.

Mentre moglie e riccardino sbrigavano le loro cose Gigi si estraniava dal mondo analogico precipitando in un gorgo di pagine web.

Dopo una mezzora scarsa moglie e riccardo avendo sbrigato le loro poche faccende digitali si alzavano dalle postazioni e dicevano: gigi noi abbiamo terminato, vorremmo arrivare in orario ad Aberdeen per fare un giro in città e pranzare con tutto comodo.

Gigi, con lo sguardo rivolto allo schermo, semicatatonico, rispondendo come se quelle voci fossero lontane, lontanissime, alla fine di un lungo tunnel, rispose:  uhmm! Si…, certo…. Voi avviatevi … spedisco queste paia di mail … pago! E vi raggiungo!

…un paio di ere glaciali dopo, gigi, al sentire  per l’ennesima volta il suono di un clakson dal parcheggio prima ovattato poi…, sempre più vicino si disipnotizzava. Le pupille da completamente dilatate cominciavano a mettere a fuoco l’ambiente. Volgendo lo sguardo in basso a destra sullo schermo. Le 10:30. Un pensiero lieve e dolce “Ah! Come passa il tempo. Sembra che siano passati solo 5 minuti da quando sono entrato qui.”. CLIC! LE DIECIETRENTA! Clic! Uno sbattere di palpebre. Un aumento repentino della pressione sanguigna. Un reboot improvviso delle le funzioni cerebrali. “MIO DIO, GIA’ LE DIECI E TRENTA!” è tardissimo. Chi la sente mia moglie!

Gigi si precipita alla cassa passando un po’ scortesemente davanti nella fila e ad uno scozzese in kilt, una specie di frigorifero con braccia e gambe nerborute che, borbottava qualcosa sulla maleducazione dei turisti italiani.

Gigi: Sorry! But it’s late. My wife. Gigi pagato il servizio, usciva dalla porta e ringraziando il cielo scozzese che, anche in alta estate non dimenticava mai di far cadere la caratteristica pioggia scozzese, si infilava il cappuccio del suo giaccone da tifoso del Milan. Così bardato correva verso l’auto che aveva i vetri leggermente appannati.

Entrato come un fulmine dalla portiera destra dell’auto (in Inghilterra si tiene la sinistra mentre il posto di guida è a destra) e…, mettendo la mano sinistra sulla coscia della moglie, accarezzandola con vigore, dandole una gagliarda strizzata all’interno coscia – da maschio padrone – le diceva “allora cara, visto che non ci ho messo molto!”

In quello stesso momento lo scozzese, il nerboruto scozzese in kilt, quello che sembrava un  frigorifero con braccia e gambe, tutto paonazzo, sta fissando gigi  dalla porta dell’internet point con una espressione profondissimamente incazzata.

Ricambiando lo sguardo, gigi non riusciva a capire perché quel tipo sembrava avercela con lui. In fondo, che sarà stato mai. Si! Gli sono passato davanti ma…, ma che vuole questo!

Mentre gigi sta facendo questo pensiero. La persona di cui continua a massaggiare l’interno coscia aspirando profondissimamente l’aria, si scosta da gigi con uno sguardo di terrorizzato imbarazzo. Gigi  che fino a quel momento non aveva ancora guardato in volto la donna. Senza proferire parola si tolse con la mano destra il cappuccio dalla testa e girandosi a sinistra la guardò dal basso verso l’alto, sgranando gli occhi la guardò bene. Formulando i seguenti pensieri “Chi diavolo era quella donna e…, che ci faceva nella mia auto. E…, perché questa tipa si sta facendo massaggiare la coscia da me?”.

- Chiaramente non è la moglie di gigi -

Qualche metro più in là, in un auto del tutto simile a quella con cui gigi è arrivato, la moglie e il figlio riccardino, guardano…, guardano senza comprendere perché invece di entrare nella sua auto gigi si è scapicollato entrando nell’auto di quella donna.

Istanti di silenzio. Gigi guarda la donna…, la donna guarda gigi…, il frigorifero incazzato in kilt guarda tutti e due. Gigi guarda a destra e vede sua moglie e riccardino seduti dentro un’auto uguale alla sua. “Ma…, non capisco cosa stanno facendo là”. Gigi tutto assorto guarda davanti a sè lo scozzese incazzato. La donna guarda gigi ricambiata poi, volge lo sguardo alla mano sinistra che stava ancora massaggiando la coscia. Gigi guarda anche lui la sua mano poi, ritira fulmineamente la mano, come se, fosse rimasto scottato.

Il frigorifero scozzese incazzato, sempre tenendo gli occhi su di gigi – che non sà come vergognarsi – si avvicina a grandi passi all’auto. Si ferma a due metri dall’auto. Guardando da fuori il parabrezza volge nervosamente e interrogativamente lo sguardo a gigi e alla donna.

La moglie di gigi e il figlio hanno capito che qualcosa non và. Anzi hanno capito che…, mò ci scappano le mazzate. Lo scozzese è grande e grosso e si avvicina al lato del guidatore. I suoi occhi azzurro chiari lanciavano dardi fiammeggianti. Il suo collo già imponente si gonfia di vene. Mentre gigi dal metro e 90 che è, per l’imbarazzo, si sente alto un metro e venti. Sussurrando un “sorry. Mm… mistake. Big mistake!”.

Apre la porta dell’auto e sempre scusandosi con le mani aperte in segno di resa comincia a gesticolare. Indica la moglie che, nel frattempo allarmata ha aperto la portiera dell’auto e messo il piede sinistro a terra.

Gigi continua a scusarsi “Sorry. I… Misunderstundment. I am a tourist. – indicando la sua auto – My family…. We are Italians” poi indicando la donna nell’auto dello scozzese si allontana avvicinandosi alla propria vettura, tranne che per la presenza all’interno della moglie e del figlio, in tutto e per tutto identica all’altra auto.

In quello stesso momento, nel parcheggio entra un’auto della polizia scozzese dando un singolo colpo di sirena per farsi notare. Si ferma tra le due auto facendo da barriera tra lo scozzese e gigi.

Gigi sta lì imbambolato pensando “Di male in peggio! Ci voleva pure la polizia. Chissà in che casino mi sono andato a cacciare. Oggi mi arrestano!”.

L’agente di sinistra nella vettura, senza neppure scendere dalla macchina con parole secche ordina allo scozzese di salire in macchina e di allontanarsi. Lo scozzese, scocciato, torvo in volto, lestamente sale in macchina e si allontana.

Gigi volendo intavolare un colloquio con l’agente alla guida comincia con “goodmorning. Sir. I’m”.

L’agente alla guida “shut!!… You!…. Now!… Into your car! Quick!”

Gigi facendosi nelle spalle e con una vocina “but…, we are italians! We are tourist! We are innocent! It was only a misunderstand!”.

L’agente alla guida “Lo sò. Lo sò. Voi italians dite sempre così!”.  

Gigi: “Ma come? Lei parla italiano?!?”

L’agente alla guida facendo il saluto con la mano destra tesa “agente della polizia scozzese giggino esposito”.

“uè… uagliò _ rivolgendosi a gigi e alla moglie – pùr ccà c’amma fà canosce. Èh!

sempe a ffà burdell…. Tse! …ITALIANS!”.

e…, sgommando se ne andò lasciando basiti gli astanti che dopo qualche istante sono scoppiati in una gran risata.

 P.S. tutto quello che narrato in questo post è VERO. Tranne…, l’Inizio, la Fine e… quel che c’è nel mezzo. :-)))

 

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La partecipazione è il sale della democrazia

Che ci azzecca un organismo regionale con il tema dell’eDemocracy? Piccoli Obama crescono?

Andiamo con ordine. Il tema è complesso e meriterebbe riflessioni più articolate e ambiti più prestigiosi di un singolo articoletto su un blog.
Sgombriamo inoltre il campo da un possibile conflitto di marketta :-) Il portale e i servizi di Terzo Veneto sono erogati dal Consiglio Regionale Veneto e non dalla Giunta per la quale il sottoscritto lavora. Certo, il cittadino qualunque nemmeno sa che esistono due Enti separati per gestire la macchina regionale e, anche per questo, Terzo Veneto è un operazione di trasparenza e di democrazia davvero encomiabile.

Perchè Terzo Veneto?
(L’ho chiesto al responsabile del progetto Remigio Ruzzante che da alcuni anni è impegnato a spargere il seme dell’eDemocracy nel territorio veneto).

“Eravamo convinti, e lo siamo ancora, che il Consiglio Regionale e i suoi compiti legislativi fossero quasi del tutto sconosciuti ai cittadini. Mi spiego meglio. Sappiamo benissimo che gli stackholder sanno perfettamente che il Consiglio Regionale legifera su materie di loro interesse ma, quasi sempre, la negoziazione avviene con modalità lobbistiche, grazie alle associazioni di categoria e ai loro rappresentanti direttamente eletti in Consiglio o in altri enti con cui il consiglio negozia politicamente e socialmente attraverso i lavori delle Commissioni. Tutto questo lavoro è praticamente sconosciuto ai cittadini e ancor di più ai giovani”

Ok, ma questo succede anche per lo Stato e per i Comuni. La gente sa che esistono degli organi, non sa bene cosa fanno, magari si confonde anche, e rimane comunque distaccata. Non esiste un obbligo nel comunicare e nel coinvolgere il cittadino alla conoscenza e alla partecipazione. Perchè lo fate?

“In effetti è vero. Lo Statuto è molto rigido e non contiene norme precise su questo tema. Tutto il tema dell’eDemocracy, d’altronde, è giovane per il nostro paese e non ci sono molti strumenti per farlo decollare e sentire come un vero “diritto”. Ma noi ci abbiamo provato lo stesso. Abbiamo preso la palla al balzo grazie ai progetti della Società dell’Informazione(MIT) che nel 2004 avevano riservato dei fondi per la sperimentazione di forme partecipate di democrazia nel nostro territorio. Lo abbiamo fatto, con entusiasmo e passione e, in quegli anni, è nato: eLaborando.
eLaborando ha permesso di sperimentre tre ambiti molto interessanti e, in particolare, ha sviluppato quello del Bilancio Sociale.”

In effetti il tema è molto caldo e suggestivo. Ricordo, a tal proposito, che anche la Regione Lazio è molto impegnata su questo tema. Quindi, senza il supporto dello Statuto o di altre norme, come avete fatto? Chi ha sostenuto questa incredibile opportunità?

“Devo dire che sono rimasto davvero molto sorpreso dalla sensibilità del Presidente e del Direttore Generale. Entrambi hanno capito da subito le molte opportunità che si presentavano e il cambio di passo e di paradigma che, specialmente le commissioni consiliari, avrebbero potuto fare, venendo incontro ai cittadini e facendo conoscere meglio il loro prezioso lavoro e il contributo che quest’ultimi avrebbero potuto portare.”

tv1[1]

Avete avuto difficoltà iniziali?

“Certo, non c’era una struttura, ce la siamo inventata e abbiamo dovuto ricorrere ad appalti esterni per la creazione e la gestione dei vari siti e servizi. Pura passione e tanto lavoro di persuasione all’interno. Molta presenza ai convegni e ai work-shop per capire quanta domanda ci fosse e quanta aspettativa da parte dei cittadini. Tutt’oggi siamo considerati un piccolo ufficio di “sperimentazione”, un “pensatoio”, ma ciò non ci intimorisce, perchè il top management ci incita a proseguire.”

Negli ultimi anni, osservando il portale e seguendo i seminari che state proponendo sul territorio, le iniziative si son moltiplicate. Quali sono gli assi principali di intervento sui quali state lavorando?

“Oggi abbiamo una serie di strumenti di democrazia partecipata che ci permettono di coinvolgere diversi attori del territorio: L’AGENDA DELLE AUTONOMIE ON_LINE ad esempio, oppure CORO, l’ambiente web che consente la gestione on-line delle “consultazioni” relative ai Progetti di legge regionale, ma ancora CIVILLIFE dove parliamo e ascoltiamo i giovani con il loro stesso linguaggio. Ma anche BLA BLA BLA e ELECTION PLAY, per coinvolgere i giovanissimi e, soprattutto, le scuole nella costruzione della democrazia.
Abbiamo, inoltre, attivato tutti i canali socialmediali da Facebook a Youtube con grosse iniezioni di blogging nei vari servizi che Terzo Veneto offre.”

tv2[1]

Ecco, blogging, social media e grande interesse a sviluppare dialogo anche su piattaforme sociali. Ho visto i Ning di Demotopia e di CivilLife. Siete quindi impegnati a “presidiare” anche i canali sociali, perchè?

“Siamo straconvinti che è compito dell’istituzione avvicinarsi al cittadino anche attraverso la conoscenza e la pratica dei “canali” che questo usa. Oggi il web sociale è un luogo dove si sviluppa l’eDemocracy e dove si sviluppa la conoscenza. Con Demotopia stiamo tentando di affrontare appunto il tema della democrazia elettronica ed anche per questo siamo interessatissimi al Manifesto dell’Amministrare 2.0 e vorremo essere fra i primi firmatari”

Cosa ti aspetti ora?

“Abbiamo molto consenso attorno, e questa è un iniezione di fiducia giornaliera che ci stimola ad andare avanti. Sono fioccati diversi premi e riconoscimenti e ci stiamo muovendo anche in campo europeo conpartecipando a reti di democrazia partecipata come PEP-NET. Ora ci manca solo tempo, persone e qualche finanziamento, perchè da fare c’è molto e quando lo fai per la democrazia non è mai abbastanza”.

Ci vediamo il 20 Novembre al Futurcenter Telecom per il convegno di Demotopia.

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Ottobre ha segnato un decremento sensibile dei contenuti postati su FF! Avete la stessa impressione?

E questo è stato il mio dubbio/allarme postato ieri proprio sulla piattaforma di FriendFeed.

Detto ciò, mi ero ripromesso di non tornarci sopra, perchè la discussione (con rari inserti di cazzeggio) si è sviluppata bene e ha permesso di sviscerare alcuni aspetti che portano a serie ma serene riflessioni, a circa un anno dal boom di questo strumento sociale.

Ma andiamo con ordine, mettendoci seduti con i pop corn a portata di mano e vediamo di capire perchè il Lifestream è in crisi. O se davvero lo è!

A) I presupposti

Il lifestreaming gode di un discreto successo grazie a tutta una serie di strumenti (web, ma anche mobile) che permettono di mantenere alta l’attenzione su quello che sta succedendo in tempo reale nella vita digitale di ognuno di noi (diary of your electronic life).

Brian Solis, l’aveva anche previsto nel suo Conversation Prism.

2735401175_fcdcd0da03[1]

La domanda di Brian Solis (5 Agosto 2008) era questa: “If a conversation takes place online and you’re not there to hear or see it, did it actually happen?

A pensarci bene si prospettavano due alternative. La prima relativa alla gestione delle conversazioni in modo differito e conservativo. La seconda aderente al paradigma della real-time communication/collaboration.
Stranamente, proprio in questi giorni assistiamo alla nascita di un servizio di social search, coerente con la prima alternativa (più lenta, conservatrice e riflessiva) e ad un altro in linea con la seconda alternativa (rapido, immediato, reattivo), ovviamente Google Wave.

Ma prima di Google e delle sue mosse autunnali, Friendfeed aveva in parte delineato una dinamica nuova e di discreto successo: Vivere la vita digitale mentre scorre, sviluppando temi attorno al flusso e in base al flusso, con la possibilità di sfruttare le fonti e i contenuti delle propri relazioni sociali basate sui propri contatti dei social media e dei social network e di sfruttare gli stessi contatti come “hub forti” per aggregare anche flussi più distanti dalla propria giunzione nei 6 gradi di separazione.

B) Il successo di FriendFeed in Italia

E’ indubbio che in Italia FriendFeed sia stato colonizzato quasi da subito dai blogger. Il motivo è molto semplice e va individuato nella diffusa ossessione dei blogger nostrani ad allargare la propria rete di contatti e lettori.

Lo strumento principe per controllare l’interesse ai temi sviluppati su un blog è il monitoraggio e l’analisi dei lettori abbonati. Da questi numeri non avremo mai la certezza che effettivamente i sottoscrittori leggeranno sempre e tutto quello che produciamo su un blog, ma sono un ottimo indicatore perchè rappresentano la volontà specifica ad essere informati sui temi. I lettori casuali o veicolati dai motori di ricerca, sono invece molto spesso saltuari, sporadici e, chiunque conosca un po’ le dinamiche della web analysis sa che rimangono pochissimo sul blog e vi ritornano quasi mai. Infatti quest’ultimi, diversamente dagli abbonati, cercano qualcosa di attinente alla keyword immessa sul box di ricerca di Google o Bing, e se non trovano soddisfazione non restano certo a gironzolare sul nostro blog.

Ecco dunque che l’analisi degli abbonati è un ottimo indicatore. Per ottenerla è sufficiente abbonarsi a Feedburner e monitorare l’andamento delle sottoscrizioni, nonchè l’interesse sui temi (click sulla risorsa aggregata).

feedburner[1]

Fino a qui tutto bene, ma dall’estate scorsa Feedburner considera FriendFeed come un aggregatore di feed. Dunque? Dunque tutti i contatti che si abbonano ad un profilo su Friendfeed sono automaticamente considerati lettori affezionati.
Tecnicamente è ineccepibile, ma non sono convinto che chi mi segue su Friendfeed lo faccia per i miei contenuti, spesso lo fa per mantenere salda la “relazione”. E la “relazione” non è il “contenuto”.

La relazione è il mezzo!

Analizzando il mio Feedburner si noti come su 1333 sottoscrittori, ben 759 sono provenienti da Friendfeed. Infatti, eccoli:

ff[1]

Questa analisi si evince anche dalla discussione di ieri dove il tema centrale era: “perchè l’interesse su FF sta calando?”.

Perchè secondo il bloggante, si è confuso il mezzo con il contenuto! Friendfeed è un grande aggregatore di contenuti ( principalmente feed esterni e pochi temi nativi) ma ha un effetto drenante che spinge la liquidità del lifestream in tutti i rivoli senza trattenere le discussioni di valore. Cosa che invece il blog ancora riesce a fare. Quindi, anche se i contenuti ci sono, vengono sovrastati dall’overload generale.

C’è stata una prima fase esplosiva di FF dove alcuni blogger hanno sofferto il fatto che le discussioni si stavano spostando dal blog sul lifestream. E questo ha indotto alcuni a fare scelte radicali.

C) Cosa succede adesso?

Ora, la dinamica delle conversazioni e dei temi di valore che, grazie a queste e su queste piattaforme si sorreggono, è in evoluzione continua. C’è chi considerada il blog ancora un modello di “conservazione” quasi editoriale, sia dei temi che  dei contenuti. Costui continuerà a portare il lifestream verso questa origine. Attirando i lettori da Friendfeed e impostando i commenti con le plugin di Backtype o di Intensedebate.

Altri inseguiranno il lifestream alla rovescia. Fuori dal blog e dai social network per inseguire in real time le discussioni di valore a provare a trarne vantaggio. Ma questo è faticosissimo. Già il web2, e tutto il tema della socializzazione è fatica, ora vogliamo trarre beneficio anche professionale dal lifestream o dalla partecipazione in Wave o dal semplice lurking su Facebook? Signori, qualcuno dovrà pur pensare a lavorare e quindi a produrre azioni concrete.

Ecco perchè l’interesse cala!

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…..è finita, andate in pece.

Nella conferenza stampa di presentazione del Veneziacamp, Michele Vianello ha lanciato lo slogan: “dalla pece alla rete”. La pece è quella sostanza impermeabile che faceva da collante fra le tavole di legno che costituivano le galee veneziane. Questa operazione detta “calafataggio“” teneva unite le componenti principali per permetterne una sicura e veloce “navigazione”.

Già a quei tempi da Venezia si partiva per navigare verso mondi lontani e spesso sconosciuti. E il luogo di partenza era l’Arsenale di Venezia.

800px Venice galley with slaves .....è finita, andate in pece.

Anche il Veneziacamp 2009 e il Barcamp di Venezia (dopo i primi due esperimenti del Venetoexpo 2007 e 2008) hanno voluto ripartire dall’Arsenale per una navigazione più suggestiva basta non più sul supporto della pece, ma piuttosto dal sostegno più suggestivo della “rete”.

Gli ingredienti sono stati tutti messi a disposizione del popolo della rete, combinati in una ricetta che si è predisposta per essere gustata proprio all’Arsenale in quel magico scenario che da oggi potrebbe diventare davvero quello che i Docklands sono diventati per Londra.

Come organizzatore ho cercato di spiegare a tutti che questi erano i presupposti e gli ingredienti, ma la chimica giusta siamo convinti che debba essere perfezionata ed evoluta.

In questi giorni ho avuto consigli sul format, sulle luci, sulla suddivisione delle sale, sui trasporti, ecc. E poi sulla durata, sulle commodities, sui nuovi possibili temi da inserire fra gli ingredienti del Veneziacamp 2010. C’è chi ha chiesto un concerto serale, chi di poter dormire di notte con il sacco a pelo e chi ha proposto gemellaggi con altre analoghe manifestazioni internazionali.

Ecco ci piacerebbe sapere come lo volete il Veneziacamp 2010 già da oggi che sta per lasciarci e “….andare in pece”.

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Comunicazione, usabilità e utilità

….queste sconosciute.

pec

Reduce dalla recente chiaccherata telefonica su PEC e dintorni, con una certa sorpresa per il tempismo e la insolita coincidenza, ricevo un email dall’INPS che mi informa dell’opportunità riservatami. Ho diritto alla PEC!

Ma andiamo con ordine e proviamo a leggere il messaggio persuasivo di cui riporto un estratto:

“…..Per poter attivare la Casella Pec, Lei deve semplicemente fare richiesta
online, collegandosi al sito dell’Inps (www.inps.it), utilizzando
l’apposita funzione contenuta all’interno dell’area “Servizi al Cittadino”.
Successivamente occorre che Lei si rechi in una Direzione Inps, abilitata
all’attivazione della Casella Pec, per il necessario riconoscimento
personale e l’attivazione del servizio
……”

Peccato che su www.inps.it l’ area “Servizi al cittadino” non ci sia proprio. Magari risulterò fazioso, stucchevole e borioso, ma quest’ “area” proprio non esiste. O per lo meno, secondo i principi di usabilità, non appare come sezione PUBBLICA, VISIBILE o “dichiarata” tale.

Certo che alla fine, seguendo lo scudettino (gif in home page) della PEC e con un po’ di dimestichezza si trova facilmente la strada ma, di primo acchitto, l’ utente che segue pedissequamente il dettato comunicativo dell’email è tentato di cercare fra le sezioni del sito dove non vi è traccia alcuna.

E vabbè, sull’usabilità del sito Inps si son sprecati fiumi di parole e alla fine, gli operatori e gli utenti si son accontentati ……. “pur che funzioni“! Così, dopo aver opportunamente ricercato la procedura PEC e fornite le credenziali (il codice fiscale e il pin)  ecco che finalmente mi appare l’area desiderata, palesandosi come un area di secondo livello e quindi: RISERVATA, cioè NON PUBBLICA!

Dopo aver inoltrato domanda per la PEC, mi addentro un po’ nei meandri del sito per testare l’usabilità di quest’area RISERVATA e………..davvero, mi sento di riportare solo uno dei tanti ostaci. Ripeto, solo uno! Tralasciando gli errori applicativi :-(

errore

Stendiamo quindi un velo pietoso e guardiamo avanti con fiducia, perchè il bloggante è abituato a osservare, studiare e dibattere su queste tematiche confrontandole spesso con servizi e buone pratiche che, purtroppo, non riusciamo ancora ad emulare.

uk Comunicazione, usabilità e utilità

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Le parole sono importanti

Ieri son salito in aereo assieme a due medici che si son seduti proprio al mio fianco. Per 40 minuti hanno discusso di cose loro usando termini che non ho mai sentito in vita mia.

Immagino ora la gente quando sente parlare due scalmanati che abitano il web e che tranquillamente si esprimono con parole che fuori da questo contesto significano nulla o quasi, o addirittura tutt’altro.

Me ne vengono in mente alcune, solo per puro esempio

EVANGELISTA

STRATEGICO

NON CONVENZIONALE

MANIFESTO

ECOSISTEMA

ENTERPRISE

CONDIVISIONE

TRIBAL

CORPORATE

VIRALE

CREATIVO

BARCAMP

FEED

CAFE’

BRAND

SOCIAL

NETWORK

PARTECIPAZIONE

ENTERPRISE

ADVERTISING

BUZZ

to be continued …………………

Immagine anteprima YouTube

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Cos’è un Barcamp?

Come ormai saprete, dentro le manifestazioni del Veneziacamp 2009, c’è un Barcamp vero e proprio. Dedicato, riservato, ideato dalla blogosfera.
Proprio oggi, alcuni componenti dell’organizzazione del Veneziacamp, mi chiedevano di spiegare meglio cos’è un Barcamp, perchè la fuori nella parte non-abitata della rete questa cosa buffa nessuno sa cos’è.

Così ho ripreso questa intervista di Tommaso del Lungo del Marzo scorso, è ho provato a renderla generalista.
Ovviamente è emendabile :-)

barcamp logo white Cosè un Barcamp?

Alzi la mano chi sa definire con esattezza cos’è un barcamp. La risposta non è semplice, anche perché la formula del barcamp è relativamente nuova e, per le sue caratteristiche di apertura e condivisione, sfugge a definizioni rigide.

Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza e a dare qualche coordinata che possa stimolare la voglia di partecipare.

Cos’è un barcamp?

Il barcamp è una “non conferenza”, cioè il contrario di una conferenza così come solitamente intendiamo gli eventi standard a cui siamo abituati a partecipare. Nasce dal desidero delle persone di condividere ed apprendere in un ambiente aperto e libero, non preconfigurato, e senza format. Lo spirito è collaborativo, chiunque può salire in cattedra, proporre un argomento e parlare agli altri, con lo scopo di favorire il libero pensiero, la curiosità, la divulgazione e la diffusione dei temi legati all’innovazione e al cambiamento.

Chi partecipa a un barcamp?

Il barcamp è un raduno dove si ritrovano i cosiddetti abitanti della rete, che si distinguono dagli utenti della rete, perché non solo usano questo strumento, ma producono contenuti contribuendo alla sua alimentazione e al suo mantenimento.
La precondizione per partecipare a un barcamp è avere voglia non soltanto di ascoltare, ma anche di contribuire, ed è questa la cosa più interessante: si offre la possibilità di contribuire a tutti coloro che non usano i soliti canali convenzionali, i soliti noti per intenderci, ma che hanno nella testa o nelle dita (visto che sono bravi artisti del web) alcune progettualità e le presentano in queste occasioni, prendendo la parola e raccontando la loro storia.

Come si decidono i temi da trattare?

In un barcamp non c’è nulla di prestabilito, anche se gli organizzatori tendono di solito a pubblicizzare in forma collaborativa (wiki) l’evento, lasciando l’opportunità a ciascuno di proporre un argomento da discutere, ma anche di cancellarlo, spostare l’orario o modificarne i contenuti. Senza alcun vincolo, quindi. Il barcamp ha una struttura il più fluida possibile, gestita solitamente con una lavagna o un raccoglitore di memo-tac, nel quale ognuno può andare ad attaccare il suo post-it con il tema che vorrebbe trattare. È, quindi, una riunione aperta e i contenuti vengono proposti dai partecipanti stessi.

Come si sviluppa la discussione?

I post-it con i temi vanno e vengono, il format è molto anarchico e, in base alle relazioni che si stabiliscono durante la giornata, è difficile che il programma rimanga invariato nel corso del tempo. Solitamente le persone accorpano alcuni argomenti, propongono speach multipli a due-tre persone, si formano dei capannelli. Si cerca di non utilizzare la modalità palco-spettatori, perché limita incredibilmente la partecipazione, mentre si tende, invece, a stare tutti sulla stessa base, eliminando il palco, e a moltiplicare i punti di attenzione, creando dei veri e propri speaker corner modello Hide Park.
Si favoriscono le relazioni uno a uno ed uno a molti e la cosa caratteristica è che il barcamp ha un’estensione che supera quella della sala riunioni, cioè tutta l’area fuori e dentro la sala può essere utilizzata per la creazione di questi capannelli, per lo scambio di esperienze e così via.

È un evento di élite?

Diciamo che è molto usato nella blogosfera. Tra i blogger, infatti, la conoscenza viene favorita dal mezzo digitale, ma è una conoscenza mediata dal mezzo. Per disintermediare ci si ritrova in queste occasioni.
Spesso però, la formula Barcamp si adatta per eventi tematici, figli di un contesto preciso (associazione, gruppo, azienda, socialnetwork, community, ecc.) e sono il momento ideale per un approccio non digitale e, quindi, disintermediato, sia dei membri più attivi sia di coloro che partecipano saltuariamente o sono – come si dice in gergo – il Lurker, ossia quelli che guardano solo in maniera passiva. Al barcamp possono venire anche loro a proporre un contributo.

Qual è il valore aggiunto di questo tipo di eventi?

Il valore principale è la relazione, cioè la conoscenza fisica delle persone con cui si possono anche condividere progetti di lungo raggio. Dopo la frequentazione di alcuni Barcamp si possono stabilire anche delle relazioni permanenti, che creano il senso di appartenenza ad un ecosistema e permettono di crescere insieme. È il senso del famoso circle of trust, per cui tu conosci la persona digitalmente, perché ha le tue idee e le tue passioni, la frequenti, condividi dei progetti e questi progetti ti portano un vantaggio per la tua professione… Bhè, cosa c’è di meglio del social web?

Questo, però, non va un po’ a discapito dell’apertura all’esterno?

Sono gli entusiasti a dover allargare le maglie e a contaminare anche i non abitanti. Bisogna provare ad estendere gli inviti ai rappresentanti delle aziende, delle istituzioni e della società civile. In alcuni paesi (Australia o Spagna) questa disintermediazione totale è diventata una consuetudine, questo parlarsi alla pari sta sovvertendo il modo di fare eventi. Il barcamp contamina. Una volta che ne hai frequentato uno, non puoi più farne a meno e le conferenze tradizionali ti daranno molta noia.

Come si svolge la giornata del barcamp?

Di solito si organizza la cena sociale, per chi può, la sera prima. La mattina del Barcamp c’è l’accoglienza con la consegna dei badge e dei gadget eventuali, offerti dagli sponsor, e la compilazione della lavagna con gli argomenti della giornata. Subito dopo iniziano in vari talk con l’intermezzo del pranzo. A volte si provvede alla diretta in streaming e alla realizzazione di alcune interviste, per consentire anche a quelli che non sono potuti intervenire di avere un feed-back della giornata.

Quale è il kit necessario per partecipare al barcamp?

Bisogna prepararsi al nomadismo digitale. Un portatile è fondamentale, perché la connessione wi-fi permetterà ad ogni partecipante di interagire con la rete, mandare foto e aggiornare il blog facendo instant blogging. Poi è utile portarsi bigliettini da visita o badge da scambiare, per ricordarsi con chi si è chiacchierato e si è interagito. Da un punto di vista psicologico se partecipi al barcamp devi rompere la timidezza e proporre il tuo progetto che magari, fuori dal tuo ambito ristretto, può trovare terreno fertile ed essere valutato. Infine bisogna essere curiosi e rimanere tutto il giorno, consapevoli che le persone che possono dare un contributo per il progetto che stai portando avanti sono tante.
In una parola: occorre predisporsi ad essere “social”, tecnologicamente e umanamente.

Come ci si iscrive?

Sul wiki, ovviamente!

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