Archivio per la categoria web 2.0
Twitter analysis
Scritto da gigicogo in conoscenza, reti sociali, web 2.0 il 13 marzo 2010
Nella stesura dei post della settimana uscente ho argomentato circa l’utilizzo di Twitter da parte dei politici, nostrani e non. Nella ricerca di strumenti, soluzioni e aggregatori vari mi sono imbattuto in Follower Wonk, un servizio davvero semplice ma allo stesso tempo utile per la ricerca e la comparazione dei soggetti della mia ricerca.

Grazie ai grafici semplici e di facile interpretazione, si possono estrarre diversi dati sull’attività degli utenti di twitter soggetti all’analisi, e con questi farne delle comparazioni utili al proprio lavoro.
Lo strumento serve anche come motore di ricerca per quegli utenti di cui non conosciamo l’account ma di cui abbiamo alcune indicazioni anagrafiche o biografiche.
Potrebbe essere utile anche per gli amici di Lademocrazia.it, forse!
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Open government
Scritto da gigicogo in conoscenza, eGovernment, innovazione, web 2.0 il 10 marzo 2010
Lo spunto di questo post deriva direttamente da uno studio che sto conducendo sul tema dell’eGovernment e sulle buone pratiche di Gov 2.0 a livello planetario.
Volevo riempirMI un vuoto che wikipedia non colma, in quanto non esiste una versione italiana dell’approfondimento sull’ Open Government. Inoltre, anche googlando come un mandrillo, ho trovato poco materiale divulgativo in lingua italica :-(
Enjoy
La dottrina dell’Open Government è imperniata su un concetto molto semplice: Tutte le attività dei governi e delle amministrazioni dello stato devono essere aperte e disponibili per favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sull’ operato.
Nella sua declinazione più ampia la dottrina dell’Open Government si oppone alla ragione di stato e alle considerazioni di sicurezza nazionale, che tendono a legittimare il segreto di stato esteso.
L’origine di questa dottrina può essere riconducibile all’illuminismo e ai dibattiti sulla costruzione di una corretta società civile, a quel tempo in piena formazione.
Negli ultimi anni la sua adesione da parte dei governi più virtuosi, ha subito una grande accelerazione grazie all’opera di Vivek Kundra, ex Chief Technology Officer di Washington D.C., chiamato dal presidente Barack Obama a dirigere l’ Information Officer del Governo Federale.
Grazie alle visioni di Vivek Kundra, l’amministrazione Obama ha emanato la direttiva sull’Open Government del dicembre 2009 nella quale, fra l’altro, si legge “Fin dove possibile e sottostando alle sole restrizioni valide, le agenzie devono pubblicare le informazioni on line utilizzando un formato aperto (open) che possa cioè essere recuperato, soggetto ad azioni di download, indicizzato e ricercato attraverso le applicazioni di ricerca web più comunemente utilizzate. Per formato open si intende un formato indipendente rispetto alla piattaforma, leggibile dall’elaboratore e reso disponibile al pubblico senza che sia impedito il riuso dell’informazione veicolata” (Chiara Buongiovanni).
Gli effetti pratici di questa direttiva si sono concretizzati con la messa in esercizio di Data.gov (http://www.data.gov/) il portale governativo americano creato con lo scopo di garantire un unico punto di accesso a tutte le informazioni pubbliche prodotte dal governo. “The purpose of Data.gov is to increase public access to high value, machine readable datasets generated by the Executive Branch of the Federal Government. Although the initial launch of Data.gov provides a limited portion of the rich variety of Federal datasets presently available, we invite you to actively partecipate in shaping the future of Data.gov by suggesting additional datasets and site enhancements to provide seamless access and use of your Federal data”.

Operativamente il servizio permette alle aziende, ai singoli e alle altre istituzioni di prelevare direttamente i dati grezzi, oppure di estrarli tramite la mediazione di strumenti (tipicamente applicazioni/widgets o siti web) in formato presentabile ma formattato. Una sezione particolare è riservata ai geodata (informazioni geografiche) pubblici.
La strada intrapresa dall’amministrazione Obama ha l’obbiettivo primario di diminuire la distanza fra i cittadini e l’apparato pubblico mettendo al primo posto il tema della trasparenza.
Come secondo effetto indotto, la stessa amministrazione scommette su un consistente risparmio di fondi pubblici e, soprattutto su un nuovo slancio economico indotto dalle opportunità di utilizzo dei dati da parte delle aziende.
Si palesa, inoltre, una grande intuizione, quella di favorire lo sviluppo e la diffusione di applicazioni leggere (widget, mashup, ecc.) attraverso l’uso intelligente dell’open source, dei social media e del cloud computing.
Questo percorso/filosofia, è ora nella fase di contaminazione più spinta. Vedasi UK e Finlandia, fra i primi a muoversi nella stessa direzione di Obama.
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Autorevolezza
Oggi lurkavo, su Friendfeed, un paio di discussioni sulla home page odierna del Corriere della Sera on-line, che vedete qui sotto.
Fra i commentatori ci sono, come è ovvio che sia in questi social network, anche esperti del settore, uomini di comunicazione, di marketing, ecc. Quasi tutti gridano allo scandalo!
La cosa mi sorprende un po’, e denota l’ennesimo paradosso. Chi si nutre di innovazione tecnologica dovrebbe lasciarsi trapassare dalle nuove dinamiche, specialmente se aderenti ai must del web sociale e dell’economia immateriale. Insomma è un BUZZ!
Mi spiego meglio. Come è possibile che da più parti si continui a dire che il mainstream deve cambiare e farsi avvolgere dagli strumenti e dai servizi (nonchè dai paradigmi) del web 2 e poi si gridi allo scandalo?
L’editore ha scelto di dare un enorme spazio a una pubblicità che, da un punto di vista comunicativo, è molto virale perchè connotata da grafica, loghi e strumenti web 2. Cosa c’è di male?
Se ciò, poi, serve a far sopravvivere anche i giornali di carta dei quali molti profetizzano l’imminente funerale, cosa c’è di male?
Mettere in risalto il brand di una banca che per prima, nel nostro paese, ha diffuso il concetto di home banking come opportunità per i consumatori e cardine dell’economia immateriale, non mi sembra un delitto.
Cioè, non capisco. Ma il cambiamento lo vogliamo o non lo vogliamo? Il rischio legato alla creatività, vogliamo lasciarlo percorrere da chiunque, o no?
A me sembra comunque una campagna di rottura, creativa e a suo modo virale, altrimenti non saremmo qui (e su FF) a discuterne.
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Rumore
Scritto da gigicogo in conoscenza, reti sociali, web 2.0 il 13 febbraio 2010

Dopo la sbornia da Buzz dei giorni scorsi mi son fermato a riflettere. La socialità digitale ha un prezzo alto e non credo sia auspicabile esplorarla in tutti i suoi meandri per l’ ossessiva ricerca di un valore assoluto.
Porto ad esempio l’accozzaglia di feed che mi son dovuto sorbire a causa della forzata combinazione Buzz/GReader. Queste letture superficiali, e imposte, non mi hanno portato nulla di positivo, solo fastidio.
Per fortuna le letture di David Armano mi riportano sempre con i piedi per terra. Non è dunque una questione statistica, numerica in senso stretto, legata più o meno a capacità computabili. No, il problema serio è che un ecosistema infinito non può generare miglioramenti valutabili e comparabili con parametri tradizionali. L’aumento delle dimensioni non ci cambia in meglio la vita, o per lo meno non possiamo affermarlo con i parametri di confronto tradizionali. Siamo umani, siamo imperfetti, siamo volubili. Solo i calcolatori traggono vantaggio dalla crescita delle performance e quindi dall’aumento dei numeri computabili.
Se vogliamo aumentare le relazioni dobbiamo dare ad esse dei significati veri! E il rumore ha un solo significato: RUMORE!
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Al loop al loop
Scritto da gigicogo in conoscenza, reti sociali, web 2.0 il 11 febbraio 2010
Oggi vi tedierò ancora su Buzz.
Le considerazioni di questo post sono relative alle dinamiche degli abitanti della rete. Guardano più all’affermazione di modalità condivise fra gli early adopters che non ad un osservazione più generale sulla bontà degli strumenti e dei servizi per le organizzazioni (che tratterò più avanti). Quindi ce la suoniamo e ce la cantiamo fra di noi, per capirci fra quelli che fanno un uso quotidiano degli RSS e cercano di ricavare il massimo dall’interoperabilità fra i servizi del social web.
Del Lifestream, questo fenomeno che ci attanaglia e ci eleva lo status di “partecipante” ai livelli massimi, ho parlato spesso, al punto di postare anche un item su wikipedia: Socialsfera!

immagine di David Armano
Detto questo provo a definire un contesto che mi permetta di centralizzare i flussi, controllare le sorgenti, orchestrare le relazioni e, ovviamente, evitare il loop.
Da cosa partire? Cosa mettere al centro? Se stessi come hub o le sorgenti a cui si attinge? O entrambi? Direi entrambi!
Quindi, i due punti di partenza sono inevitabilmente il proprio “public profile” su Google: http://www.google.com/profiles/gigi.cogo (dite la verità, da quanto non lo controllavate?) e i contenuti condivisi nell’aggregatore di Rss: http://www.google.com/reader/shared/gigi.cogo . In pratica definisco chi sono e cosa leggo. Che per molti nella socialsfera corrisponde un po’ al detto “sono quello che leggo“. Ma a dir la verità, io sono anche quello che scrivo, per cui centrale diventa anche l’emittente primaria delle mie elucubrazioni: il blog.
Certo, qui la situazione si complica perchè da più parti si tende a sottolineare che le conversazioni “trasversali” nei sistemi di Lifestreaming tendono a svuotare le aree commenti dei blog. Io non sarei così talebano, anche perchè esistono diversi servizi che permettono di gestire i commenti attraverso un costante monitoraggio delle fonti blog e delle discussioni che ruotano sulle stesse. Cito Backtype oppure Intensedebate, solo per citarne alcuni.
Quindi per evitare il loop si tratta di fare ordine alle proprie idee e capire come indirizzare il flusso. Per quanto mi riguarda punterei proprio su Buzz in considerazione del fatto che la social search di Google privilegia sicuramente questa sorgente sia per le persone: http://www.google.com/s2/search/social che per i contenuti: http://www.google.com/s2/search/social#socialcontent.
Quindi si tratta di gestire con un certo ordine le sorgenti da inserire fra i propri “siti collegati” al profilo di Google.
Ponderare bene se sia davvero il caso di far convergere in questo aggregatore anche gli altri flussi (Twitter e Friendfeed fra tutti), scegliere il tipo di presenza: pubblica nel caso si intenda socializzare globalmente e far conoscere le proprie opere, i propri pensieri e le proprie relazioni, privata nel caso si scelga di moderare la presenza, renderla meno chiassosa e magari chiusa su alcuni cluster professionali o famigliari.
Certo, sempre contestualizzando l’ambito degli abitanti attivi della rete ed early adopters per antonomasia, va detto che ora non siamo più una sparuta avanguardia. Su Gmail c’è il resto del mondo che ci guarda, quindi la presenza pubblica va valutata molto seriamente.
Di Facebook che ne pensate? Io credo che porterà Friendfeed (dopo un anno quasi di sperimentazione dall’acquisizione del 2009) fin dentro la piattaforma madre, altrimenti rischia un calo rilevante.
Tecnicamente Buzz mi piace, apre un mondo di opportunità, non si distacca dai principi che hanno reso famosi i sitemi a 140 caratteri, ma li porta in contesti più ampi e più futuribili, lasciando agli utenti un ampia scelta di come gestire il proprio flusso e le proprie fonti. E non è poco.
Certo, Big G fa sempre più paura, la nostra wonder wheel è solo una rappresentazione di quello che LUI ci raffigura. Sta a noi lavorare di cesello. La partecipazione sul social web è fatica. Ma anche tanta attenzione.
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Ora, sarebbe il caso di capire come il post che state leggendo verrà commentato? Buzz ancora non prevede delle API di collegamento all’area commenti del blog, ma credo si tratti di aspettare poco :-) Intanto ecco il mio feed, fatene buon uso: feed://buzz.googleapis.com/feeds/gigi.cogo/public/posted
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La politica dell’Amministrare 2.0
Scritto da gigicogo in conoscenza, eGovernment, innovazione, reti sociali, web 2.0 il 9 febbraio 2010
Oggi ho finalmente fra le mani l’ultima opera di Michele: Ve 2.0, edito da Marsilio.
Per me, per noi, per chiunque operi nella Pubblica Amministrazione, è un altro passo significativo verso una nuova consapevolezza: L’Amministrazione 2.0 si può fare!
Certo, ci vogliono cavalli di razza e qui nel Veneto e più in generale nel Nord Est ce ne sono.
Il libro: Ve 2.0. Cittadini e libertà di accesso alla rete inizio a leggerlo proprio oggi e mi piacerebbe iniziare alla rovescia dal 3° capitolo della seconda parte: “Regaliamoci un sogno: il nomadic work, il coworking, il cloud computing nella pubblica amministrazione”, così da raccontarlo ai miei discenti che giornalmente mi chiedono: come si può fare?
Off topic (ma neanche tanto): argomento della serata bloggercentrica del 20 febbraio, sarà anche il libro, e un po’ di anticipazioni sul Veneziacamp 2010
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Wave. Se ci sei batti un colpo!
Scritto da gigicogo in innovazione, web 2.0 il 8 febbraio 2010
Un po’ Facebook (secondo il WSJ) , un po’ Twitter (secondo Rww ) un po’ qualcosa che non sia Wave, ma che sia più social!
Così immaginano the next Gmail!
Forse perchè Wave non se lo fila più nessuno?

(via)
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Personal branding
Scritto da gigicogo in conoscenza, innovazione, web 2.0 il 7 febbraio 2010
Posizione curiosa quella di Forrester
Credible reports – since confirmed – are coming into SageCircle that Forrester management has set a new policy that analysts with personally-branded research blogs must take the blog down or redirect readers to a Forrester-branded role-based blogs. An email was sent to Forrester public relations on February 5, 2010 requesting a statement.
e altrettanto curiose, ma intriganti, le analisi del CEO di Forrester George Colony
Forrester CEO George Colony is well aware of that savvy analysts can build their personal brands via their positions as Forrester analysts amplified by social media (see the post on “Altimeter Envy”). As a consequence, a Forrester policy that tries to restrict analysts’ personally-branded research blogs works to reduce the possibility that the analysts will build a valuable personal brand leading to their departure. In addition, forcing analysts to only blog on Forrester-branded blogs concentrates intellectual property onto Forrester properties increasing the value of the Forrester brand.


Forrester CEO George Colony is well aware of that savvy analysts can build their personal brands via their positions as Forrester analysts amplified by social media (see the post on 


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