Articoli con tag innovazione

Stati generali dell’innovazione

Un po’ Barcamp (dico un po’, perchè c’è parecchia ibridazione con altre dinamiche congressuali e di workshop) un po’ “Call for proposal“!

In Marzo, a Catania, supportato dal Comune e da Ithink. Si parlerà di consulte, di partecipazione….di democrazia dal basso.

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SAVE THE DATE

Per il secondo anno ci ritroviamo a Roma in Primavera.

Sincronizzate le agende: http://barcamp.org/InnovatoriPA2010

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Innovazione

innovation_workshop_banner[1]

In un paese depresso dove la mediocrità non ha limiti, sento parlare sempre più spesso di innovazione e di innovatori.

Forse è il caso di meditare un po’ e non lasciarsi travolgere dall’entusiasmo e dalla passione. Non bastano questi elementi per innovare e per cambiare. Non basta nemmeno farsi pervadere ogni giorno dall’ultima tecnologia digitale. L’inovazione non è solo tecnologia.

Ecco il punto, dolente. Ogni smanettone abile, curioso e appassionato di tecnologia si erge ad innovatore. E spesso si spaccia pure per esperto della materia.

Senza scomodare i dizionari ufficiali, basta dare un occhiata alla nostra cara Wikipedia per rendersi conto che l’innovazione è una filosofia complessa che si attua solamente cambiando i processi organizzativi e non solo: “..Innovazione è una’attività di pensiero che, elevando il livello di conoscenza attuale, perfeziona un processo….”.

L’innovazione non è “rinnovamento tecnologico”. L’innovazione non è “adeguamento tecnologico”. L’innovazione non è “predisposizione tecnologica”. E lo sottolineo ancora, perchè la maggiorparte dei cenacoli, dei social network tematici, dei blog che argomentano sul tema, continuano a confondere il costante e obbligato rinnovamento tecnologico, con l’innovazione.

Purtroppo, da che mondo è mondo, le organizzazioni, siano esse complesse come le aziende, estese come gli ecosistemi, semplici come le famiglie, naturali come le società civili, tendono a non innovare, anzi, a conservarsi.

L’innovazione, infatti, si contrappone sempre più spesso alla conservazione e la conservazione non è quasi mai ideologica. Molto spesso è puro opportunismo. E’ difesa ad oltranza.

Scrivo queste note, principalmente per i miei discenti del corso Linea Amica, ma non solo. Credo, infatti, che un bagno di umiltà sia doveroso da parte di tutti quelli che confondono il buon uso degli strumenti con l’innovazione.

Mai, o quasi, la tecnologia ha cambiato in meglio le organizzazioni. Certamente ha contribuito a cambiare gli stili di vita, ma le organizzazioni hanno comunque resistito e si sono autodifese.

Come afferma spesso l’amico Giacomo: “per innovare, bisogna cambiare i modelli organizzativi interni alle organizzazioni” e, aggiungo io: “non basta la cosmetica”!

La sfida vera, dunque, è innovare i modelli organizzativi e l’unica ricetta è quella di diminuire i livelli di mediazione. Le organizzazioni sono basate su schemi piramidali, dove i ruoli e le competenze diventano rendite da posizione e opportunismi inattaccabili.

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Gli stolti sono ancora propensi a iniettare pura tecnologia nelle organizzazioni resistenti. Non serve a nulla, anzi, spesso genera ulteriore spesa a beneficio di pochi e senza alcun beneficio per l’organizzazione intesa come “sistema”.

Innovare i processi richiede pazienza. E’ una sfida dura che non si vince facilmente. Innovare i processi significa assumere dei rischi, passare spessissimo dalla ragione al torto.

Chi prova a innovare le organizzazioni è visto spesso come un disubbidiente e un antagonista perchè non riesce ad adattarsi e, soprattutto, a sfruttare le opportunità che, io leggo come “opportunismi”.

Spesso i miei discenti mi chiedono un metodo, mi chiedono quale sia la chimica giusta. Purtroppo non sono uno stratega, ma ho fatto mie due massime:

A) Non si può vincere sempre.

B) Come diceva il mahatma Gandhi: NON PREOCCUPARTI SE TI SEGUONO, TU INIZIA A CAMMINARE!

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La solitudine degli early adopters

Fantastica segnalazione proveniente dai due compari come Giacomo e Max.
Da tradurre a tutti i costi e far girare nelle organizzazioni, per dare un po’ di coraggio a tutti gli early adopters

View more presentations from Sacha Chua.

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Controtendenza

C’è un gran vociare in questi giorni sulle esternazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta.

Lo stop alla diffusione della Banda Larga e il mancato finanziamento al Piano di eGov 2012 hanno fatto trasalire e (letteralmente incazzare) moltissimi osservatori e commentatori. E spiace dirlo, molti blogger fanno gli evangelisti e i guru-giornalisti della rete, senza la minima conoscenza del contesto. Ma va bene anche questo, fa parte del gioco.

Allora vado controcorrente. Il problema esiste ed è serio. Ammetto che la competitività del sistema paese debba essere sostenuta dalle infrastrutture e dai servizi ma? C’è un dubbio fondo!

Oggi, il settore ICT è in larga parte assistito dallo Stato e dagli Enti Locali che attivano le più grandi commesse. Questo, in un momento di esaltazione del modello assistenziale (ma era così anche prima della crisi), può essere capito ma non è la soluzione definitiva.

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Avevo già espresso le mie opinioni sul “chi ciuccia la tetta” in tempi non sospetti. E non torno rinnego le mie esternazioni. Ma oggi leggo un distinguo (di Stefano Parisi AD di Fastweb) che forse fa capire meglio la mia posizione:

Sul mancato arrivo delle risorse pubbliche cominciano a farsi sentire le reazioni degli addetti ai lavori, gli operatori di Tlc. L’Ad di Fastweb Stefano Parisi non drammatizza. “I nostri investimenti non sono legati all’intervento del governo”
blog it

Ecco, tocchiamo il tasto dolente. Perchè le aziende ICT non sono in grado di competere senza l’aiuto dello Stato?

  • Perchè non sono innovative e di fatto non producono idee. Sono in gran parte distributori di soluzioni pensate all’estero;
  • Continuano a proporre “sostituzioni” di ferro e di software, che per le imprese è insostenibile (mentre per lo Stato no);
  • Perchè gli account commerciali sono vecchi e non conoscono i nuovi paradigmi dell’ICT (Cloud, Virtualization, On demand, ecc.)

E poi c’è il problema culturale che assilla i “politici” ma anche i “fornitori”. Senza questo tassello, non si va da nessuna parte. Quindi, bene chiudere il rubinetto se prima non c’è chiarezza sulle regole del gioco. IMHO.

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p.s. commenti sulla cultura dell’Innovazione anche su InnovatoriPA

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NovaLab24

Oggi pomeriggio alle 16.00 (o meglio 15.50), sarò ospite di Radio24 e della trasmissione NovaLab24. Si dovrebbe parlare di Innovazione nella Pubblica Amministrazione e di PEC.

Come sempre porrò il tema/problema “culturale”, ribadito anche recentemente in un articolo di Maria Andretta su B2B24. Infatti, senza la cultura a sostegno, ogni cazzabubbolo tecnologico come la PEC (ma non solo quello), rischia di rendere sterile l’intero impianto dell’eGovernment.

Tra gli altri nodi da sciogliere la mancanza di una cultura di base sembra fondamentale, fatto che rende necessario agire sull’alfabetizzaeione informatica di primo livello. Non si spiega altrimenti la risposta che danno famiglie e imprese a una domanda importante: perché non fate uso di Internet? Ebbene, per il 73% dei nuclei familiari e per un disarmante 75% delle imprese medio-piccole (per le realtà più grandi la situazione è differente) la prima ragione addotta è che questi servizi sono inutili. Probabilmente una simile risposta in Scandinavia sarebbe assurda.

blog it

Ribadirò che non ha senso riproporre in digitale (complicandoli) gli assurdi meccanismi burocratici che frenano la semplificazione del rapporto fra cittadino e Pubblica Amministrazione. Non vorrei che la scusa fosse sempre la stessa. Non mi hai mandato l’istanza con raccomandata? Non ti sei qualificato con prova provata di identità e ruolo? Allora fottiti! E il problema io non te lo risolvo.

Di questo passo l’eGovernment muore, ovvero lo si tiene in vita per concedere appalti ai fornitori che sono chiamati a digitalizzare le procedure frutto di una legislazione assurda, antica e per niente allineata con il resto delle legislazioni europee in materia.

Come già dibattuto su questo blog, i diritti del cittadino digitale sono gli stessi di sempre. E’ assurdo che alla mutazione del suo status, il cittadino digitale, debba trovare ulteriori freni nel raporto con la Pubblica Amministrazione. Quindi, eGovernment vuol dire semplificare e accettare le istanze con buon senso, senza pensare che siano portatrici di “rogne da smaltire”, ma bensì di “bisogni da soddisfare”. Quindi compiti, non disturbi!

Detto ciò, cara Pubblica Amministrazione, se il semaforo è spento vorrei poterti mandare una semplice email, un sms o una foto digitale, anche senza qualificarmi. L’importante è che me lo aggiusti!

Update: Gruppo d’ascolto e Live blogging, nei commenti.

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Autoreferenza

Oggi sono in edicola due interviste al bloggante:

Sole 24 Ore by Leo Sorge:

La PA aperta è una rivoluzione che parte dal basso

La Nuova Venezia by Mitia Chiarin:

Siti, Blog, Reti: La grande cavalcata di Internet

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Semplificazione

Il mese di Agosto favorisce alcune riflessioni e analisi che mi potrebbero essere utili nelle tante attività già in programma per l’autunno.

Uno degli scenari che andrò a dibattere in tavoli di lavoro, convegni e seminari, è quello relativo alla facilità di accesso ai servizi di eGovernment. Oggi sono sempre più convinto che il tassello mancante per far esplodere l’eGov è la piena adesione ai modelli del social web che, volenti o nolenti, sono gli unici che stanno promuovendo cultura.

Mi spiego meglio. Dando per scontato che l’infrastruttura è basilare per l’accesso (banda larga, capillarità, disponibilità, ecc.) resto ancora molto perplesso su come vengono presentati i servizi applicativi. Molto perplesso.

Ma anche qui va detto che, effettivamente, un passo avanti è stato fatto. Molti servizi sono oggi on-line. Eppure manca qualcosa, manca la soddisfazione dell’utente, quell’appeal che rende facile, intrigante e soddisfacente l’adesione a un modello piuttosto che ad un altro. Ecco che entra in gioco la cultura. La cultura che le società di sviluppo software non hanno.

pila servizi

E qui interviene il web sociale e i paradigmi consolidati nella parte abitata della rete che stanno diventando veri e propri “stili di vita“. Del caso Iris ho parlato spesso. E’ un esempio concreto di ciò che si può fare con strumenti open, disponibili e spesso interoperabili con il cloud, come nel caso della georeferenziazione.
Laddove i servizi di eGov sono molto sbilanciati nel soddisfare precise esigenze “sociali” e quindi doveri dell’istituzione, senza mediazione, modellati sui principi propri della partecipazione e dell’eDemocracy, il web sociale va benissimo.

Ma le software house e le istituzioni criticano questo approccio quando il servizio richiede identità certa e poggiata su una garanzia di certificazione. Qui casca l’asino. Ci riempiamo di parole, esponiamo mille problemi e non se ne esce.

Ma proviamo a fare un distinguo. Un servizio come Iris, non richiede identità certa, anzi lascia la piena discrezionalità all’utente.

Iris

Infatti, in molti storcono il naso e si trincerano dietro alla burocrazia: “un istanza per essere accolta deve seguire un preciso processo e definire i tempi, i soggetti, le procedure…..“, ecc. E infatti si persevera nel solito errore della progettazione di servizi web. Quello tipico, consolidato e perverso: trasferire sul digitale le diaboliche procedure analogiche.

Iris si discosta e usa paradigmi nuovi, consolidati: il web, una mappa, una form e via!

Ma se volessimo davvero identificare i portatori di istanze? Anche qui si apre uno scenario che mi porta spesso allo scontro frontale. Chi vive di rendita da mediazione non accetterà mai un servizio del web sociale per identificare un soggetto portatore di istanza. MAI! Ok, posso anche capire quando mi dicono: “ma tu in Banca come ti autentichi, con che credenziali?

Vabbè signori miei, ma stiamo parlando di eDemocracy (servizi di democrazia partecipata). Posso capire l’obiezione se riferita a un contratto o a una transazione. Ma per segnalare un lampione spento, devo fare provisioning e autenticazione sui tuoi sistemi? Che ovviamente non saranno MAI federati con quelli di un altro comune o di un ministero?
Perchè non usare OpenId, allora?

La risposta, solitamente,  è: pazzo! Ovviamente. E vedete che torna il tema della cultura, perchè OpenId pochi sanno cos’è, come funziona, in quali ambiti e come potrebbe evolvere.

Ma, nonostante le diverse critiche che ho raccolto nel post appena linkato, a supporto delle mie tesi viene direttamente il Governo Americano, che davvero si sta chiedendo come sfruttare l’opportunità dell’identità sociale per i servizi che non richiedano autenticazione forte.

Si parla infatti di “fiducia” e di  grande facilità d’uso e convenienza.

“In considering government adoption,” OpenID Foundation board member Chris Messina said of the Framework, “primary among our priorities is the protection of individual privacy while also considering ease of use and convenience. These factors cut to the core of the purpose of Trust Framework and feedback, therefore, is strongly encouraged on the document we’ve produced so far.”

blog it

E’ quindi una questione di cultura e di opportunità. Per semplificare è meglio partire dalle cose che funzionano e che tutti usano. Il resto è opportunismo e convenienza di parte.

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