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Internet per parlamentari

La rete incontra il legislatore

Nel corso degli ultimi mesi il Parlamento si è trovato sempre più di frequente ad assumere iniziative legislative con l’intento di regolamentare la Rete e condotte e dinamiche caratteristiche dello spazio telematico.
In molti casi tali interventi normativi hanno evidenziato una scarsa conoscenza da parte del nostro legislatore del fenomeno Internet, delle dinamiche della circolazione dei contenuti digitali nello spazio telematico e delle straordinarie potenzialità che la Rete offre ai cittadini, alle imprese ed alla politica.
E’ questa la constatazione alla base del ciclo di cinque seminari, riservati ai Parlamentari della Repubblica su Internet, diritto e nuove tecnologie che l’Istituto per le Politiche dell’Innovazione organizza tra il 18 marzo ed il 21 aprile 2009.
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di consentire ai Parlamentari di comprendere dalla viva voce di alcuni dei più grandi esperti italiani di internet e società dell’informazione – che si sono dichiarati disponibili a prendere parte all’iniziativa a titolo gratuito – quali siano le dinamiche della circolazione dei contenuti digitali nello spazio telematico e, più in generale, quali siano le potenzialità del web per il sistema Paese da un punto di vista sociale, economico e politico.


Programma degli incontri

#1. Internet: il futuro non è più quello di una volta
18 marzo 2009

Stefano Quintarelli – Eximia
Ernesto Belisario – Segretario Generale Istituto Politiche Innovazione
#2. Le nuove tecnologie per il settore pubblico
24 marzo 2009

Carlo Mochi Sismondi – Direttore Generale FORUMPA
Carmelo Giurdanella – Direttore Istituto Politiche Innovazione
#3. Internet: opportunità per cittadini, imprese, politici
31 marzo 2009

Marco Montemagno – Reporter Diffuso, Codice Internet
Marco Pancini – European Policy Counsel Google
Pier Luigi dal Pino – Responsabile attività istituzionali Microsoft
#4. Nuove Tecnologie, creatività e diritto
7 aprile 2009

Leonardo Chiariglione – Dmin.it
Juan Carlos de Martin – Direttore Centro Studi Nexa del Politecnico di Torino
Guido Scorza – Presidente Istituto Politiche Innovazione
#5. Privacy e nuove tecnologie: una questione di equilibrio
21 aprile 2009

Francesco Pizzetti – Garante per la privacy ed il trattamento dei dati personali
Luigi Montuori – Responsabile del Dipartimento Comunicazioni e Reti del Garante per la Protezione dei Dati Personali
Andrea Rossetti – Associato di Filosofia del diritto all’Università Bicocca di Milano
Per informazioni
mail: info@istitutoinnovazione.eu
tel 06.95558242
fax 06.68805144

Istituto per le Politiche dell’Innovazione

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Il popolo della libertà

di Claudio Marino

L’articolo di Ilvo Diamanti citato dal tenutario del blog giorni fa mi spinge a fare alcune riflessioni. Diamanti fa una foto crudele, ma veritiera, della realtà. Una realtà in cui i nuovi strumenti di conoscenza a disposizione delle persone, il web per primo, hanno contribuito a far nascere una nuova coscienza di noi stessi nel mondo in cui viviamo, una innovativa e per certi versi sorprendente visione del rapporto tra l’essere umano ed il suo contesto: la società dell’informazione.

culture index Il popolo della libertà

Inizialmente, questa “scoperta” aveva il sapore della novità, si gustava quasi come un avvincente documentario che faceva conoscere un pezzo di realtà sino ad allora ignorata, non interferiva con il nostro essere donne e uomini, madri e padri, lavoratori, studenti o altro. Era un bel panorama, un viaggio da programmare ma senza ansia, un promettente spiraglio. Il tutto condito da una sorprendente facilità di accesso, che sollevava i più pigri e/o impegnati dal fastidio di dover trovare spazio e tempo per documentarsi. Come non farsi tentare?

Com’è ovvio, nelle persone di una certa età (più mentale che anagrafica) tutto questo ha sortito effetti mitigati dall’esperienza e da una certa naturale diffidenza verso il nuovo: ma nei più giovani e aperti, già per natura poco inclini alla ricerca, all’approfondimento, ha avuto il sapore di un mondo nuovo, migliore del vecchio, più facile e veloce, più interessante e avvincente, più “libero”, che anziché richiedere fatica e impegno ti porta quello che vuoi posto casa. Un modo nuovo di vivere la conoscenza che non ha impiegato molto per convincere i nuovi adepti dell’inutilità del vecchio. Portando talvolta con sé, come effetto collaterale, la convinzione che ciascuno può avere a disposizione tutti gli strumenti necessari per “costruirsi”, per crescere umanamente e professionalmente. E’ libertà, questa? Mah!

La scuola, ahinoi, in questa visione (che, sebbene in espansione, mi auguro possa essere marginale e non generalizzata), rientra tra i vecchi strumenti, non si confà alle nuove esigenze: è stantia, conservatrice, inadeguata, poco elastica. Non è utile.

Purtroppo, il problema non si risolverebbe, come provocatoriamente Diamanti propone, eliminando la categoria dei professori. Tutte le professioni legate ai servizi, alla cultura, alla formazione umana e civile sono sempre più viste come un lusso che oggi non ci si può più permettere, un di più rispetto all’importanza dell’autoaffermazione, della via primaria al successo self-made: non vanno forse in questa direzione gli esempi più eclatanti che rimbalzano nei media, nella politica, nell’economia?

In tempi come i nostri, dominati dall’incertezza per il futuro, è umano preoccuparsi dei bisogni primari: lavoro, casa, sicurezza. E pazienza se ciò comporta il passaggio in secondo piano di attività come l’approfondimento culturale, la riflessione, la socializzazione; pazienza se si è portati a pensare di potervi rinunciare, di poterlo tagliare come le spese superflue, spese di tempo, di concentrazione, di impegno. Ma è libertà, questa?

Qualcuno, citando l’ormai famoso “Is Google making us stoopid?”, ha detto che “la prossima generazione non saprà mai cosa si è persa”. Non sono d’accordo, se si circoscrive al popolo del web, ai nativi digitali. Invece, IMHO, costituisce un rischio concreto per chi sarà costretto a scegliere tra cultura e lavoro, tra riflessione e carriera, tra ideali e idee. Per chi non sarà libero di decidere.

Chi mette in discussione l’utilità della cultura, contrapponendola al valore dell’esperienza, commette l’errore di separare due aspetti dello stesso, universale valore: quello della conoscenza, tutta la conoscenza. Che non aiuta a vivere ed a migliorarci solo quando diventa sterile nozionismo, inutile saccenteria, sganciata da ogni realtà, arrotolata su se stessa in una nuvola di autocompiacimento, all’insegna del “ma quanto siamo bravi, noi” tanto cara ai militanti di una certa parte politica che, non a caso, è stata di recente duramente e ripetutamente punita dall’elettorato. Ma che diventa virtù quando, per merito suo, si acquisisce la consapevolezza di poter fare anziché subire, di poter parlare anziché sentire, di poter decidere senza condizionamenti del proprio futuro.

Per sperare di risolvere la questione palestinese, ai decisori di domani non basterà sapere che israeliani e palestinesi si odiano, gli servirà conoscere come si è arrivati a questo punto. E a chi intende proteggere la propria famiglia, non basterà conoscere la marca dell’insetticida, gli servirà conoscere l’effetto residuo sull’ambiente.

Cosa succederà (succede già oggi) quando il gap culturale penalizzerà le nuove generazioni, i trentenni di un molto prossimo domani, rendendoli poco adattabili ai nuovi scenari di politica, economia, vita sociale? Chi si farà carico dello sviluppo sostenibile?

Charles Darwin, molto tempo fa, ha fornito una risposta: sopravvive solo chi è capace di adattarsi, gli altri sono destinati all’estinzione. Non appaia semplicistico, è provato da millenni. Non è apocalittico, è una legge naturale. Per fortuna, governabile: sta a noi, al nostro libero arbitrio, alla libertà di acquisire e gestire al meglio la conoscenza, attrezzarci in modo opportuno. Ma bisogna essere liberi di farlo.

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Ci sono i termini per il decreto d’urgenza

Silvio insiste: “Sulle intercettazioni ci sono i termini per il decreto d’urgenza“………e i girotondi tirano Walter per la giacca.

Che fare? Mentre l’opposizione si interroga su che linea intraprendere, altri fischiettano questo ritornello: “non si fa la rivoluzione, non si fa la rivoluzione“!

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L’esercito delle teste di nicchia

di Claudio Marino

Il contadino saggio sa da sempre che non serve combattere un parassita, se questo non provoca gravi danni alle colture. Non sa perché, ma sa che è giusto fare così.

E fa bene: in natura,quando si elimina completamente un organismo, alterando l’equilibrio dell’ecosistema, si svuota la cosiddetta “nicchia ecologica”: questa viene subito riempita da flora e fauna di sostituzione, cioè da altri esseri viventi, magari parassiti potenzialmente più nocivi dei primi, che prendono il posto di quelli appena scacciati.
Il meccanismo della nicchia è una realtà onnipresente, nulla le sfugge. L’economia, la letteratura, l’architettura e la filosofia le obbediscono.

Ma non è così anche in politica? Si, ma con una variante. In natura cambiano i soggetti, in politica i nomi. No, non quelli dei protagonisti, quelli sono quasi sempre uguali: parlo delle sigle. Ieri il tenutario di questo blog lodava la genialità e l’originalità di Mario Baccini, che avuto la bella pensata di creare un nuovo soggetto politico, di cui tutti sentivano il bisogno. Non un “partito politico”, perché creando partiti si può essere accusati di creare frammentazione e di fare del protagonismo: invece un “soggetto politico” è qualcosa che nasce dal basso (Brunetta stavolta non c’entra) all’interno di uno schieramento, aggrega un po’ di gente (che evidentemente non ha nulla di meglio da fare) e si sviluppa fino a fagocitare lo schieramento-madre (o scomparire). In natura si chiama cannibalismo, in politica valorizzazione delle differenze.

Caro Gigi, Baccini non è un genio: i geni sono originali e anticonformisti. Lui invece è in ottima (sigh!) compagnia.

dalema01G L’esercito delle teste di nicchia

Oggi Massimo D’Alema ha fondato un nuovo soggetto (e dagli) battezzato Riformisti E Democratici (RED), che ricorda vagamente la sinistra solo per il nome anglofono.
Il suo padre fondatore precisa che non è in contrapposizione al PD, anzi è un’opportunità per coloro che sono già dentro il PD. Chissà perché ha voluto precisarlo, era così ovvio che voleva solo dare una mano al suo ex-amico Walter!

Anche Enrico Letta vuole smettere i panni del “bamboccione” e andare a vivere da solo, creando il suo movimento “360”: forse, per la grande originalità dell’idea, sarebbe stato più giusto chiamarlo “180”, come l’ampiezza dell’angolo piatto. Più piatto di così …

Nell’attesa spasmodica di veder emergere altre idee geniali, una riflessione: a che serve tutto ciò? Dove sono i valori, gli ideali? Alcuni sostengono che oggi non ci sia più bisogno di ideali, ma la verità è che forse non ce li possiamo più permettere, sono diventati un lusso alla portata di chi non ha problemi più gravi di sopravvivenza.

Allora, per un politico conviene parlare alla pancia della gente: non alla testa, con programmi a lungo termine; né al cuore, mobilitando le coscienze individuali sui grandi temi. Questi soggetti nascono sull’onda di umori, non di valori, e piano piano si decompongono, sbiadiscono, si annullano, come un blog che nessuno legge più.

Appena si rende disponibile una nicchia vogliono occuparla e diventarne la guida, la testa pensante, per poi scomparire e ricominciare il ciclo.

Ormai è diventato costume, moda, legge: chi non si adegua (ricicla), scompare.

Non sono più pochi individui isolati: sono un esercito. Un esercito di teste di . . . nicchia!

Con tanti saluti agli ideali.

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L’influenza del cittadino digitale

Su questo spazio ho elucubrato spesso di democrazia elettronica e di diritti e doveri legati allo status di “cittadino digitale”. Le mie ultime osservazioni erano conseguenti la tavola rotonda svoltasi a Rimini durante EuroPA dove abbiamo immaginato scenari futuri relativamente all’eGovernment e all’eDemocracy nel nostro paese.

Una prima osservazione è ormai inconfutabile: mai come adesso le tecnologie riescono ad abilitare e stimolare la partecipazione democratica!
E’ un dato certo che rappresenta la crescita culturale (seppur lenta) dei cittadini. E per culturale intendo di “cultura digitale” che, finalmente si sta allontanando dalla parentela stretta con l’informatica e si avvicina sempre di più alla grande famiglia delle discipline umanistiche.

Durante i miei ultimi interventi pubblici ho spesso enfatizzato il concetto di “nuovo umanesimo” cercando di compararlo con il periodo in cui l’umanesimo culturale e letterario segnava l’uscita definitiva dai secoli bui e rimetteva l’uomo al centro dell’universo. Quell’umanesimo ha avuto profonde radici in Italia mentre oggi, il risveglio “digital-humanitas” nasce e prende vigore al di là dell’atlantico.

Da Vinci Vitruve Luc Viatour Linfluenza del cittadino digitale

In estrema sintesi oggi si intende per umanesimo, in senso pratico e politico, una “life-stance” ovvero una concezione del mondo basata sul buon senso, la ragione, la solidarietà ed il rispetto dei diritti umani.
tratto da wikipedia

Ma può il cittadino digitale giocare un ruolo determinante nelle scelte politiche? Può la democrazia elettronica aiutare il singolo, o le comunità, a sentirsi “ascoltato”? E inoltre questo ascolto può articolarsi in proposta o ridefinizione di proposta? Si possono elevare buon senso, ragione, solidarietà e rispetto dei diritti umani a proposte politiche? E si può scegliere o proporre un candidato che le interpreti utilizzando gli strumenti digitali oggi disponibili?

In una società come la nostra (intendo quella italiana) tutto ciò che viene emanato dall’alto (televisione in primis) viene considerato “autorevole“, se non addirittura “certificato” e tutto quello che viene proposto dal basso viene considerato elemento di disturbo e spesso addirittura “sovversivo“.

Ma tutto ciò tocca anche il web. La gran parte dei portali pubblici (Ministeri, Aziende statali, Regioni e Comuni) non favoriscono la partecipazione e lo sviluppo di un rapporto dialogico con i cittadini. Sono rarissimi i casi in cui viene chiesto al cittadino: “cosa ne pensi di questo servizio? Come possiamo aiutarti per usufruirne meglio?” Cito spesso (quando mi vengono segnalati) dei casi di eccellenza ma, purtroppo sono sporadici.

Tutto ciò succede e si cristallizza perchè il concetto del “servire” non è sentito. E tantomeno è diffuso il senso “assertivo” del servizio. Pochi ascoltano le proposte. Molti non le ascoltano affatto. Alcuni le prendono in considerazione se sono convenienti per il loro successo personale.

E questa è una conseguenza della cattiva educazione. Non si può pensare di cambiare le dinamiche per legge. Ad esempio nella Pubblica Amministrazione continuo a dire spesso che le dinamiche vanno educate e spinte all’interno, per poi farle adottare verso e in favore dei cittadini. Su questo tema cito i due articoli che ho scritto per eGov e il Sole 24 ore.

Quindi, se nulla si muove, il cittadino fa da solo! Specialmente il cittadino digitale, quello che ha una certa esperienza con gli strumenti oggi disponibili su web. Questo neo-umanista del web si organizza e da vita a vere e proprie inizitive atte a stimolare la politica dal basso. Addirittura a sfiorare le modalità di class-action!

Cito due casi interessanti. Il primo legato ad un nuovo modo di disentermediare le logiche del partito democratico. Non a caso si tratta dei “Circoli di Obama“. Un altro legato a iniziative popolari più “movimentiste” che cercano di mediare con le istituzioni. E’ questo il caso dei 40xvenezia.

1 Linfluenza del cittadino digitale

E’ evidente, in questo caso, come la destrezza di alcuni nell’utilizzo di Ning, permetta di svolgere agevolmente le funzioni di aggregazione sociale e di stimolo alla proposta politica. Ma anche Facebook e MySpace sono un pullulare di sottogruppi tematici legati a questo o quel partito, ma anche a questa o quella tematica. Per non dimenticare la rete dei Meetup di Beppe Grillo che rappresenta pur sempre un forma di aggregazioni su temi legati alla democrazia reale, nonchè anche digitale.

Di là dell’Atlantico le cose vanno ovviamente molto meglio e il nuovo umanesimo tecnologico si esplicita in molteplici forme. I diritti e i doveri della cittadinanza si discutono in diversi luoghi e in molteplici ambiti ma, è indubbio che la facilitazione favorita dai social media venga percepita subito e sfruttata appieno dalle masse che, negli USA, sono più propense a utilizzare il web.
Basta dare un occhiata al sito di TechPresident per leggere i chart relativi al numero di friends che si riconoscono in un candidato alla corsa per la casa bianca.

2 Linfluenza del cittadino digitale

Il sito di TechPresident permette di percepire l’entità del concetto di “eDemocracy” negli USA e la straordinaria crescita dei blog dei candidati, dei sitemi di rating, degli innumerevoli social network e forum che concorrono, in percentale molto alta, a spostare voti ma, soprattutto, a stimolare i candidati stessi nell’adozione di strategie, programmi e filosofie che i loro elettori sostengono in tutte le forme.
E’ dal basso, quindi, che si cerca di indirizzare la politica. E’ dal basso che nascono una serie di sistemi di monitoraggio e di gradimento.
Segnalo, grazie alla lettura del mio aggregatore di feed, che domani e dopodomani si terrà, a New York, il Forum Personal Democracy al quale parteciperanno i maggiori esperti di social media mondiali come relatori, e una serie di esperti di giornalismo, politica e democrazia della rete. Ho letto, inoltre, che anche tre blogger di casa nostra parteciperanno all’evento. Mi aspetto di leggere dei resoconti esaustivi al loro ritorno. Resoconti che ci diano speranza e indicazioni pratiche sull’eDemocracy.

La democrazia si fa sempre più dal basso ed è inevitabile che il vecchio modo di concepire i partiti e i movimenti debba ora tener conto dell’apporto digitale. Anche la nostra classe politica deve tener conto di qesto nuovo umanasimo che nasce in rete e vuol rompere gli antichi schemi. Certo in Italia siamo ai primi vagiti, ma la strada ormai è tracciata.

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Uomini di carne e caporali di ferro

Di Salvatore Valerio

Altri morti sul lavoro. Titoli sui giornali. Televisione. Inquadrature, fermo immagini.
Interrogazioni parlamentari. Costernazione. Indignazione. Funerali Addolorati. I Pianti e che Pianti.
Le Autorità. Gran Dignità. Impegni Solenni.
I Sindacati. Rivendicazioni. Rispetto. Le Leggi.

Una ripetizione di cose già viste. Un bollettino di guerra quotidiano. Un elenco di sconfitte.
Mò valerio, comincia un altro pistolotto pigliando come scusa questi poveri morti!

Vi chiedo scusa. Ma che volete. Che ci si può aspettare da me. Io sono figlio di operai, sono stato operaio e… ancora adesso, i miei fratelli, molti miei amici, operai. Che ci si può aspettare, da chi cresce in certi posti, pieni di operai, lavoratori, faticatori, uniti e resi compagni dal lavoro e dalla fatica.

Io dopo tutti questi morti, queste persone più o meno uguali a me. Più o meno uguali a voi che leggete. Potevo esserci io al loro posto. Al posto di quello nella bara. A posto di quello che lo porta a spalla. A posto di quell’altro, che sta lì come un ebete, che non piange e che non parla. Io voglio parlare. Io voglio che questi fatti abbiano un senso. Si deve capire perché ci sono tutti sti morti.

Dopo quest’altra infornata di morti, lascerò che siate voi che leggete e giudicate se parlo o meno di politica, se l’argomento sia politico, se la politica con questa strage quotidiana c’entri molto o poco.

Sulla busta paga di ogni operaio vengono trattenuti dei soldi. Una parte di questi soldi erano destinati per la formazione alla sicurezza degli operai. Questi soldi, i soldi di tutti questi operai, tutta questa gran quantità di soldi, con una “leggina”, passata sotto il più generale silenzio ha preso un’altra direzione. Per la formazione alla sicurezza sono stati lasciati solamente… le chiacchiere.

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