Articoli con tag reputazione

StepRep

A due giorni dal mio precedente delirio conseguente la decisione di Google di mettere in piazza tutta la nostra social esistenza, ho passato il week-end a monitorare la reputazione e a ri-profilare i molti servizi social (troppi?) a cui sono iscritto.

Oggi ho lavorato di cesello su StepRep e ho attivato una serie di alert più raffinati, riferiti ai contesti e ai temi di cui dibatto sul web.

steprep

StepRep è un servizio molto utile per chi deve costruire e diffondere un brand sulla rete (non è il mio caso) ma diventa anche un utilissimo strumento di monitoraggio della propria reputazione personale,  grazie al REPUTATION MONITOR configurabile secondo le esigenze personali, professionali e anche di community (basta elencare i social-cosi a cui si è iscritti).

A riprova di quanto esposto, proprio oggi, attivando una serie di ricerche professionali ho scovato uno study di RIM che mi riguarda e che mi era del tutto sfuggito. Superpoteri? :-D No. Pazienza e cesello!

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Social sto paio di ciufoli

Gli abitanti della rete, quelli della prima ora, avevano un bell’orticello e tutto sommato si trovavano a loro agio in un piccolo ecosistema ben perimetrato.

Certo la teoria dei 6 gradi di separazione affascina i nuovi entrati ma, ragazzi che fatica!
Fatica e gran perdita di tempo.

Molti della prima ora, hanno perimetrato le relazioni sui social network in modo speculare al loro blogroll. O quasi! Soluzione discutibile ma ovviamente soggettiva e non negoziabile.

Mi spiego meglio. Socializzare mi piace, ma deve darmi un ritorno, un valore di qualsiasi tipo. Ok, la mia parte social incide anche sulla mia reputazione reale, visto che ora può essere esposta da Big G in un contesto particolare. Social appunto!

Ok, ribadisco, lo accetto se mi torna qualcosa di utile. E non mi deve costare fatica.

Bene, ma adesso l’affare si complica, MALEDETTAMENTE! Google Real Time Search usa i miei contenuti e li espone in tempo reale. E’ questa una nuova forma di citizien journalism? O è questa la consapevolezza che gli UGC stanno superando (come quantità, non come qualità) i contenuti certificati dal mainstream?

Non lo so, non sono così intelligente da capire la battaglia editoriale sulla diffusione e sull’aggregazione contenuti liberi. Mi affascina l’effetto sociale di tutto questo ambaradan ma non capisco se sono usato! Non lo so ancora. Certo Big G si erge ad AGGREGATORE DI RIFERIMENTO DEI SOCIAL MEDIA!
Se lo fa, forse, ha capito che gli UCG hanno più appeal. Sono contenuti meno parrucconi!

Ma non rifiuto nemmeno l’ipotesi di Marco: “ipotesi di manovre fraudolente di pubblicazione di twit e post non propriamente autentici sui Social Media”.

ponte-milvio-lucchetti[1]

Guardacaso proprio in contemporanea all’uscita del Real Time Search di Big G, il faccialibro ci rammenta che siamo aperti come una cozza! E allora vai di lucchetto e di defollow!

Quindi? Quale etica, quale stile adottare?

Forse val la pena di giocare la partita. Purificare il proprio apporto di UCG eliminando flame, cazzeggio e deliri di onnipotenza per provare a dare un contributo a questo nuovo paradigma che vuole i contenuti generati dal basso PARIFICATI a quelli tradizionalmente certificati dalle emittenti top-down!

Oppure no. Chiudersi a riccio (perdendo un sacco di tempo nel ri-profilarsi) e scegliere un contesto meno globale. Rifiutare l’idea che i 6 gradi di separazione portino vantaggi reali e valore alle proprie relazioni.

Insomma, se da un lato si predica bene e si incita tutti ad entrare in questa socialsfera, dall’altro ORA, la cultura e la destrezza per tarare i mezzi e i servizi sono un obbligo. O non è per tutti, spiace dirlo!

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La questione si complica

Ieri pomeriggio stavo mettendo in ordine alcune presentazioni. Nei prossimi giorni, infatti, ho in programma un seminario e alcune lezioni a un Master sulla comunicazione.

I temi sono analoghi e l’attività di disseminazione dovrebbe persuadere l’adesione incondizionata all’ecosistema “conversazionale”, nel quale siamo ormai quasi tutti immersi.

Ci sono una serie di keywords e di assunti/dogmi che rendono le dinamiche conversazionali sul web un vero e proprio PARADIGMA, al quale moltissimi non vogliono aderire e, addirittura, molti vogliono ostacolare.

I detrattori vanno compresi, vanno studiati e, in presenza dei più maliziosi, vanno anche studiate vere e proprie forme di prevenzione e difesa personale.

I dogmi:

6. Internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell’era dei mass media.

7. Gli iperlink sovvertono la gerarchia.

8. Sia nei mercati interconnessi che tra i dipendenti delle aziende intraconnessi, le persone si parlano in un nuovo modo. Molto più efficace.

9.Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.

blog it
 La questione si complicaclipped from www.vitodibari.net

5. Il Web è sociale. Le persone fanno il Web, “popolano il Web”, socializzando e spostando via via maggiori componenti dalla vita fisica a quella online.

10. Il Web è nelle nostre mani. Si implementa un’aumentata organizzazione e categorizzazione dei contenuti, che enfatizza l’interazione mirata, mediante deep linking. Grazie a fenomeni come la “classificazione sociale” (social tagging) i contenuti sono sempre più facilmente raggiungibili.

blog it

La riflessione:

Un articolo di Stagliano su Repubblica cade quasi a fagiolo e mi permette di riflettere su queste dinamiche con occhio vigile, con un po’ di malizia indotta e con una prospettiva critica che mi aiuta a far emergere il valore, solo il valore da tutte queste conversazioni.

Un paio di episodi mi hanno fatto riflettere. Il primo è relativo ad alcune discussioni con docenti universitari, i quali hanno criticato la cultura della “conversazione sul web” e le varie dinamiche di buzz e di lifestream, ponendo l’accento sulla mancanza di autorialità.
Il problema è serio. Chi è l’autore delle conversazioni. O meglio quali fra i tanti autori sono “responsabili” della fonte, dell’emersione e della diffusione?

Il secondo è conseguente a una chiaccherata con un manager che mi raccontava dei suoi rifiuti a farsi riprendere in video durante i convegni perchè,  “…….non si sa mai, potrei aver detto qualche stuppidagine e finire su YouTube ne va della mia reputazione……”
Quindi non dico quello che penso, o meglio non lo dico nelle forme o nei momenti che lo potrebbero fissare digitalmente!

image thumb La questione si complica

Già, le riflessioni di Stagliano e di Clay Shirky ci dovrebbero aprire gli occhi. E’ passato il tempo del “tanto siamo 4 gatti e ce la suoniamo fra di noi”. Oggi gran parte della nostra vita, e delle nostre relazioni, è scandita dal web e CONSERVATA sul web. A volte anche distorta ad arte perchè non siamo più 4 gatti e quindi siamo competitor di tutti i nuovi arrivati. E non tutti questi nuovi arrivati sono qui per socializzare. I più rampanti devono far emergere il loro talento, spesso a discapito del nostro.

Solo un anno fa eravamo poche decine di migliaia su Facebook. Twitter era un giocattolo per un centinaio di addicted. Friendfeed un media emergente per pochi eletti.
Oggi si mischia tutto e le nostre traccie sono disseminate e intrecciate su centinaia di media digitali sparsi per il pianeta. E ci leggono, ci guardano, ci studiano. Anche per farci i dispetti.

Si può sapere dove eravamo e con chi ci stavamo relazionando, cosa stavamo leggendo e cosa stavamo scrivendo. I post hanno orario (e vaglielo a spiegare che si possono scrivere prima e poi programmare). Twitter ti dice se stai scrivendo da web, dal cellulare o con altre applicazioni. Digg, Stumbleupon, Facebook, Friendfeed, potrebbero descrivere la nostra giornata.

E già potremmo sorridere sul fatto che gli analisti di marketing ci studiano i comportamenti. A questo abbiamo fatto il callo. Ma ora dobbiamo anche pensare che se qualcuno ci vuol fare un dispetto ha mille fonti e mille opportunità.

Il bloggante, inoltre, lavora nel pubblico e da anni evangelizza sulla cultura digitale favorito da consulenze ministeriali, momenti seminariali e di approfondimento pubblico, ecc. Ma hai voglia di predicare  “emersione”, ora che il web è di tutti devi “pararti il culo” e stare più attento di prima a come ti muovi e a quello che scrivi. Ogni Ministro, ogni parlamentare, quasi ogni uomo politico si è fatto la “posizione” sui social media. Ma quante di queste posizioni sono interattive, dialogiche? Da subito tendono a fissare una “presenza discreta” e “sobria”, attenta allo strumento, ma quasi mai aperta sul contenuto. E questo dovrebbe farci riflettere.

Rimedi? Non ne esistono di buoni per tutti e per ogni stagione. Questi paradigmi, infatti, sono in costante evoluzione. Certo, selezionare meglio le relazioni, questo si. Pensare tre volte prima di scrivere ogni considerazione, e poi ripensarci ancora.

E poi, da ultima, una disgressione sui numeri. Andando avanti di questo passo avremo più “citizen journalist” che lettori, con l’effetto di leggerci da soli nelle disquisizioni e negli approfondimenti che produciamo, mentre i lettori curiosi si divertiranno a gossippare sulla parte più intrigante che la piazza telematica ci regala. A quel punto si dovrà ricominciare da qualche altra parte perchè, l’ho detto in tempi non sospetti: “se Facebook (inteso come media gossipparo e pieno di cazzeggio) è il web, allora voglio scendere prima”.

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Identità, accounting e reputazione

Oggi mi son fatto una serie di pipponi mentali su dei concetti che ancora non mi sono del tutto chiari.

Veniamo al dunque e al contesto. L’idea è quella di mettere insieme delle persone in un ambito ben perimetrato, tipicamente un social network. Fino a qui tutto bene, ma l’dea è anche quella di rendere il tutto eticamente sostenibile sfruttando al massimo i nuovi servizi del web e il sistema fiduciario della rete.
Ok, qualcuno potrebbe suggerirmi di creare un gruppo su Linkedin o su Facebook o magari di farmi un Ning. Niente di più semplice finchè restiamo nell’ambito dei soliti 4 gatti che abitano la rete. Nel mio progetto si tratta di mettere insieme dei professionisti e, magari, aprire il dialogo in modalità “moderata” ad ulteriori contributori (cittadini immigrati digitali).
Tutto parte da un blog che deve dare accesso ai commenti, e ai contributi, mediante l’accertamento “leggero” dell’identità. A me sembrava logico pensare a OpenId, e qui nascono tutti i pipponi di cui in premessa.

Ma cos’è OpenId? Secondo il sottoscritto, è un sistema di identità leggera.

1 Identità, accounting e reputazione

Infatti, si deduce dal sito di OpenId che l’obiettivo è, principalmente, quello di eliminare l’angoscia da password.

 Identità, accounting e reputazioneclipped from openid.net

OpenID eliminates the need for multiple usernames across different websites, simplifying your online experience.

You get to choose the OpenID Provider that best meets your needs and most importantly that you trust. At the same time, your OpenID can stay with you, no matter which Provider you move to. And best of all, the OpenID technology is not proprietary and is completely free.

For businesses, this means a lower cost of password and account management, while drawing new web traffic. OpenID lowers user frustration by letting users have control of their login.

For geeks, OpenID is an open, decentralized, free framework for user-centric digital identity. OpenID takes advantage of already existing internet technology (URI, HTTP, SSL, Diffie-Hellman) and realizes that people are already creating identities for themselves whether it be at their blog, photostream, profile page, etc. With OpenID you can easily transform one of these existing URIs into an account which can be used at sites which support OpenID logins.

blog it
Ma OpenId è o non è un sistema di garanzia sull’account? Il fatto di aderire a una logica di questo tipo che garanzia offre sul fatto che l’identità digitale dell’utente sia corrispondente a un identità analogica della vita reale?
Oggi ne discutevamo su FriendFeed e una frase di Claudio mi ha aperto gli occhi: “OpenID non è e non vuol essere, di per sé, un sistema di trust. OpenID (e il tuo provider) non certifica che TU SEI CHI DICHIARI DI ESSERE, ma solo che tu POSSIEDI quel’URL. Il certificato, al limite, può essere usato dal tuo provider (vedi certifi.ca) per verificare la tua identità, appunto. Potrebbe essere il provider a CERTIFICARE chi sei, in base al fatto che tu ti sei autenticato su di esso.”

identita6kz Identità, accounting e reputazione

E qui casca il palco. Infatti, il solo fatto che un tizio chiamato Gigi Cogo si sia registrato su un provider OpenId e abbia ottenuto una url come questa: http://claimid.com/gigicogo non significa assolutamente che dietro ci sia effettivamente il Gigi Cogo della vita reale! Quel provider mi ha chiesto solamente un email per verificare che la richiesta di identità digitale partisse da qualcuno che possiede un account di email. Troppo poco amico mio!

Infatti, questo articolo (sempre consigliato da Claudio) chiarisce che anche gli amici del consorzio OpenId vanno giù leggerini sul concetto di “identità digitale“:

 Identità, accounting e reputazioneclipped from simonwillison.net

OpenID solves the identity problem, not the trust problem. When a user authenticates with OpenID, what they are doing is stating “I have the ability to prove my ownership of this URL”.

blog it

Però, tornando al mio pippone mentale, potrei dire che tutto sommato, il fatto di entrare o no nel cerchio della fiducia dipende anche dalla reputazione. Mi spiego meglio.
Se la mia pagina (la mia url di OpenId) fosse squallidamente vuota, allora potrei anche pensare che dietro all’identità digitale ci sia il vuoto.
Ma il vuoto di quella pagina può essere colmato dalla reputazione. E la reputazione, in questo caso, è l’elenco di tutte le mie attività di abitante della rete.
La domanda sorge spontanea: “Bastano i miei 250 contatti su Linkedin per garantire reputazione e possibile fiducia? Bastano i miei 16 blog censiti su Technorati per garantire reputazione e possibile fiducia? Bastano le mie 4459 foto su Flickr e tutti i friends associati per garantire reputazione e possibile fiducia? E bastano…………………

trust Identità, accounting e reputazione

Insomma, se la reputazione è quella di un abitante della rete, è bastante e qualificante per poter infondere fiducia a chi deve gestire un social network e permettermi di dialogare o proporre contributi?

Il pippone è generato infatti da questo dilemma? E da una convinzione. Non voglio imporre STRONG AUTHENTICATION per un attività di questo tipo, se pur di livello professionale. Inoltre, i costi per un autenticazione certificata, con canale sicuro, ecc. ecc. sarebbe costosissima.
OpenId sarà pure un autenticazione debole, sarà pure una fiducia tutta da costruire, ma è un qualcosa è l’inizio di un qualcosa che pone la reputazione come possibile elemento di fiducia.

Per approfondire: Il blog di Openid.it curato da Claudio
Un servizio beta per l’Id personale certificata, consigliatomi da Mushin
Ovviamente OpenId.Net
E un paio di video:

Ovviamente………non sono ancora convinto di nulla :-)

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